"Ogni generazione ha diritto alle sue favole"

Ha creato le Witch, le streghette conosciute in tutto il mondo, e poi "Fairy Oak", saga da 4 milioni di copie: "Abbiamo un debito con Harry Potter"

"Ogni generazione ha diritto alle sue favole"

Elisabetta Gnone risponde al telefono in un giorno di neve. Sembra destino, una magia come quella dei suoi mondi incantati, il fatto che intorno a lei, sulle colline del Monferrato dove vive, sia «tutto bianco», perché la Natura è una delle protagoniste dei suoi libri, amati da ragazze e ragazzi ma anche da tanti adulti. Elisabetta Gnone è una di quelle firme italiane che, da anni, fa rima con bestseller, pur non facendo troppo rumore: prima con le W.I.T.C.H., delle streghette che inventò per la Disney e che, dall'Italia, diventarono un fenomeno di successo planetario; poi con Fairy Oak, una saga da quattro milioni di copie iniziata nel 2005 con Il segreto delle gemelle e proseguita con altri sette volumi (all'inizio editi da De Agostini, poi da Salani), di cui l'ultimo, La storia perduta, è uscito da poco; e, infine, con le avventure di Olga di carta (una trilogia, sempre pubblicata da Salani).

Ora, c'è da dire che Elisabetta Gnone, genovese cresciuta a Milano dall'età di sette anni, aveva abbandonato il mondo delle fate con il suo Addio, Fairy Oak, dieci anni fa. Quindi La storia perduta è stata una sorpresa per migliaia di fan.

Elisabetta Gnone, aveva dato l'addio al suo mondo fatato, e poi?

«Poi ci sono state una serie di coincidenze. È arrivato questo anno di pandemia, in cui mi sono accorta che la Natura - e Fairy Oak è proprio una metafora della Natura - è stata una salvezza, un conforto: anche solo poter andare a camminare nei boschi, vedere il mondo che, a marzo, rinasceva a nuova vita, era consolante. E poi il 2020 era il quindicesimo anniversario di Fairy Oak, i lettori me lo chiedevano molto, l'editore pure... Era l'anno adatto per riaprire le porte del villaggio e parlare di Natura».

Che cos'è Fairy Oak?

«Nasce con l'intento di raccontare la Natura, i suoi prodigi e le sue contraddizioni, rappresentate dai cicli delle stagioni, che sono indispensabili: metaforicamente, i poteri sono affidati a due ragazze identiche e opposte, due gemelle, simbolo dell'armonia che è necessaria per mantenere la vita in salute. L'idea era di ambientare questa storia in un villaggio circondato dalla varietà della natura in tutte le sue manifestazioni, le spiagge, le dune lunghissime, la brughiera, i boschi, i laghi, i torrenti...»

Perché una natura selvaggia?

«Così i ragazzi del villaggio possono sperimentare, sono liberi di muoversi e fare la loro esperienza del mondo. E poi avevo l'idea di costruire una comunità con origini antiche, che ha combattuto delle guerre, ma in cui alla fine si sono integrati tre popoli diversi, oltre alle fate, che vivono in buona armonia. E nella quale ci sono tutti, anche i meno simpatici e accoglienti».

Che comunità è?

«Una comunità di adulti che sono forti punti di riferimento, stabili, con le idee chiare, consci della responsabilità che hanno, e che lasciano i ragazzi molto liberi: perché i ragazzi devono sperimentare, conoscere, cadere, fallire, rialzarsi. E questo, credo, abbia decretato il successo di Fairy Oak. Infatti, dopo l'addio, i fan non mi scrivevano: e adesso che cosa leggo?, bensì: e adesso dove vado?».

È un mondo più bello del nostro?

«È un mondo in cui ai ragazzi vengono suggeriti dei modelli e dei buoni esempi, è un'idea di a che cosa si possa mirare nella vita ed è un messaggio di speranza: è possibile, ce la puoi fare, con i talenti che Madre Natura ti ha donato. È il messaggio del fantasy, in cui c'è un eroe che attinge alle sue virtù per combattere il male supremo, grazie a una guida».

Non è un po' troppo buona? Non glielo dicono mai?

«No, non mi fanno questa critica. Sono libri per ragazzi, dobbiamo parlare di cattivi sentimenti ai ragazzi? Spesso anche quelli appassionati alla lettura si lamentano che i libri mettano loro ansia; del resto certi argomenti mettono l'ansia anche a noi...»

Come nasce una saga da quattro milioni di copie, che dopo 15 anni ha ancora successo?

«Dopo il grande successo delle W.I.T.C.H. mi chiesero un libro per ragazze perché, proprio su quella scia, si era aperta una autostrada. Io ero appena tornata da un viaggio meraviglioso in Bretagna e Normandia; così, dopo avere parlato dell'adolescenza nelle W.I.T.C.H., avevo voglia di parlare della Natura. Le due gemelle sono una metafora della natura e del suo potere di creare e distruggere, luce e buio».

Le gemelle ora sono nonne.

«Sono nonne che ricordano, e raccontano la loro infanzia. Volevo dare un ruolo importante a due signore anziane, molti pensano che gli anziani non siano mai stati giovani... Ma, da cinquantacinquenne con la mentalità dei vent'anni, dico che fuori si cambia, dentro no: e allora volevo sottolineare il ruolo degli anziani, così colpiti in questo anno terribile, attraverso due voci sagge, di due signore giovani dentro».

Qual è la «storia perduta»?

«È quella di Fairy Oak, ma è anche la nostra, che va studiata, e bene. Oggi leggo soprattutto saggi storici e biografie e mi accorgo che fanno passare l'ansia, perché scopri che tutto è già successo, ed è stato superato».

Che studi ha fatto?

«Il classico a Milano, poi ho interrotto l'università per andare a studiare giornalismo in Inghilterra, poi dopo un anno sono tornata a casa».

Che famiglia era la sua?

«Mamma naturalista, papà geologo, che ci hanno fatto vivere la natura in modo selvatico: si faceva tutto sperimentando, papà ci ha fatto viaggiare in posti poco frequentati, e io amo ancora quella natura lì, poco addomesticata».

Leggeva molto fin da piccola?

«Non tanto. Amavo scrivere ma, per la disperazione dei miei, leggevo solo i comics americani. Adoravo Linus. Poi, a 12 anni, presi in mano La collina dei conigli e non lo misi più giù: e lì ho cominciato a leggere».

Come è entrata alla Disney?

«Con la gavetta. Nell'89 lavoravo in una agenzia di traduzioni dai giornali americani e, a volte, traducevamo anche le strisce, per esempio Garfield, o le barzellette di Topolino. E un giorno, per caso, ho telefonato per spedire delle cose e mi ha risposto il vicedirettore di Disney in Italia: abbiamo chiacchierato e alla fine mi ha chiesto se volessi andare a fare un colloquio. Mi sono precipitata».

E poi?

«C'era un editor a casa col piede fasciato perché un taxi glielo aveva schiacciato, così mi presero. E poi mi sono letteralmente attaccata lì».

È diventata direttore delle riviste femminili e prescolari.

«Ho fatto tutta la gavetta. Si disegnava sulle tavole allora, e io chiudevo la china dei disegni, per poi poter stendere il colore. Non saprei disegnare una cosa, io, chiudevo il tratto, ma centinaia di volte a settimana; quindi, dopo un po', riconoscevo ogni singola mano. E poi ci occupavamo della sceneggiatura».

Com'era il lavoro?

«Lo adoravo. Seguivo le tavole, correggevo le sceneggiature e tutto il materiale a fumetti in Italia; all'epoca Topolino vendeva un milione di copie, era un grande periodo. Creavamo ottocento tavole al mese, da zero: una fabbrica. Poi, quando fu creata l'area femminile ed Elisa Penna mi volle con sé, la seguii».

E lì c'è stato il boom.

«Abbiamo creato, ideato e facevamo Bambi, Winnie Pooh, gli illustrati, i prescolari e i fumetti femminili, come la Sirenetta, Mulan, Pocahontas».

Le W.I.T.C.H. come sono arrivate?

«Disney voleva qualcosa per un target di preadolescenti e adolescenti. Avrebbero voluto Minnie e Paperina come protagoniste ma era difficile per quel target, così abbiamo affiancato a Paperina delle ragazzine e poi... abbiamo tolto Paperina. Era il tempo in cui il manga si imponeva; con Alessandro Barbucci e Barbara Canepa, esperti di manga e disegnatori, lavorammo a uno stile che fondesse il manga e Disney, un nuovo stile. E poi c'erano cinque ragazze diverse, che affrontavano l'adolescenza in cinque modi differenti: cinque streghe che si trasformano, proprio come gli adolescenti».

Come si spiega il successo clamoroso, in tutto il mondo?

«Non c'era niente. Il campo era libero, non esistevano né un fumetto femminile, né un fumetto che parlasse dell'adolescenza. E poi ciascuna delle protagoniste ha una famiglia credibile, il che aiutava nell'identificazione».

Perché ha lasciato la Disney?

«Era tempo. Mio marito si era trasferito a Modena per lavoro e l'ho seguito. Dopo tredici anni avevo voglia di fare altro».

E che cosa ha fatto?

«Un po' di consulenze editoriali, ho seguito vari progetti, per esempio Pinocchio con Benigni, una occasione incredibile».

Racconti di Pinocchio...

«Per ogni film, la Disney produce un librone, una bibbia, che contiene le linee guida per tutti i prodotti legati al film, le regole precise e i disegni che si possono utilizzare per i libri e i fumetti, i materiali, lo stile grafico, le illustrazioni, tutto: un faldone di dieci-quindici centimetri, che allora costava un milione di lire. Benigni aveva bisogno di una guida per il licensing di Pinocchio».

Era già preparata?

«Ero abituata a lavorare con quello... Fu un'esperienza meravigliosa, Danilo Donati aveva creato costumi e scenografie bellissime, aveva supervisionato tutto: giostre, colori, abiti, interni, era un capolavoro. E subito dopo mi chiamò una casa editrice per fare un libro...»

Fairy Oak. E poi è arrivata anche Olga di carta. È la sua preferita?

«La amo molto, da adulta. Olga è la nostra imperfezione, la nostra fragilità; e racconta, anche, il potere delle storie. Ho scelto la carta perché ci rappresenta bene: è fragile ma può arrivare dappertutto, e fare qualsiasi cosa».

Nel futuro?

«Un progetto per piccolissimi con una brava illustratrice, che è un po' una scommessa, perché il target è difficile. E un altro di Fairy Oak, visto che ormai sono tornata».

Ha avuto dei modelli?

«Di scrittura no. Venivo dalla sceneggiatura, così all'inizio mi dicevano: Non è un libro, perché mancavano le descrizioni, c'erano solo dialoghi. Così ho dovuto imparare. E mi sono divertita moltissimo».

Come nascono le storie?

«I libri si scrivono con la pancia. Diceva Astrid Lindgren, la mamma di Pippi Calzelunghe: Scrivo per rallegrare il bambino che è in me. Si scrive per la bambinità. I sentimenti di curiosità e di leggerezza che si provano da bambini sono sempre quelli, anche con le nuove tecnologie».

Come si scrive un bestseller?

«Magari saperlo. È difficile capire che cosa faccia di un libro un bestseller, credo capitare al momento giusto. Quello che puoi fare è divertirti e emozionarti scrivendo e trasportare quelle emozioni al lettore; e metterci del rigore».

Ci sono regole per scrivere per i ragazzi?

«Primo, il rigore di un buon italiano. Elisa Penna, maestra eccezionale in Disney, diceva che c'è una grande responsabilità nei confronti dei ragazzi: quando si scrive per loro bisogna farlo bene, essere accurati e dare il meglio. I ragazzi sono esteti severissimi. E poi bisogna pensare che sono lettori alle prime esperienze».

Vanno «tutelati»?

«Diffido di chi prende in giro le favole e Babbo Natale. L'ironia e il sarcasmo sulle favole vanno bene da una certa età in poi, prima i bambini hanno diritto alla favola. È dovuta arrivare J.K. Rowling a ricordare agli adulti che ci sono le favole».

Harry Potter lo leggono moltissimi adulti.

«Un buon libro per bambini si fa leggere da tutti. I bambini amano la magia, amano l'idea di superare i limiti, vedere che puoi farcela anche se sei piccolo. Amano l'incanto e l'incantesimo. Ogni generazione ha diritto alla sua favola, e a una favola scritta bene».

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