Spente le luci - salvo quella olimpica - e archiviate le prime medaglie, con l'argento di Franzoni e il bronzo di Paris a Bormio, vale la pena tornare sull'immagine inaugurale dei Giochi: la cerimonia di apertura. Oltre tre ore e mezza di spettacolo, quasi wagneriane per durata e ambizione, firmate da Marco Balich e seguite, secondo dati ufficiosi, da oltre 2,5 miliardi di telespettatori nel mondo. Un successo, nel complesso. Elegante, costruito in alta gamma, pur con qualche scivolone. Discutibile, ad esempio, far danzare il tridente Rossini-Verdi-Puccini sulle note di "Vamos a la playa", derubrichiamo la scelta a fisiologica inforcata dentro un impianto tanto ambizioso. Stesso dicasi per il racconto sonoro del deejay Mace (tun-tun-tun al cubo è un po troppo).
Più che una semplice apertura dei Giochi, è stata una dichiarazione di sistema. E il sistema aveva un nome preciso: Milano. Milano come capitale culturale e produttiva capace di fare sintesi tra arte, musica, moda, design e scienza. A partire dalla torcia olimpica, disegnata dallo studio di Carlo Ratti, oggetto sobrio e sofisticato, manifesto del nostro design. Fino alla moda, con Giorgio Armani, da anni vicino al mondo dello sport e in particolare al circo bianco, che ha vestito delegazioni e protagonisti, imprimendo quella cifra neoclassica e composta che ha attraversato l'intera serata.
Ma il cuore simbolico della cerimonia è stato senza dubbio il Teatro alla Scala. Non come semplice citazione, bensì come architettura portante. I 110 ragazzi dell'Accademia e le étoile Claudio Coviello e Antonella Albano, protagonisti dell'apertura, hanno dato il primo, potente colpo d'ala, in senso quasi letterale, alla serata. L'opera, riconosciuta patrimonio immateriale dell'Unesco, è diventata linguaggio universale: il brio rossiniano del Barbiere di Siviglia, canticchiato persino da Ignazio La Russa, quindi Puccini e la sua carica melodrammatica. Infine Cecilia Bartoli, la cantante italiana con più Grammy, chiamata a interpretare l'Inno Olimpico con Lang Lang alla tastiera e le voci bianche scaligere: tra i momenti più riusciti della serata.
Intorno, una costellazione coerente: i rimandi al neoclassicismo di Canova, l'evocazione dell'Infinito di Leopardi, i richiami all'Italia della ricerca e dello spazio con Cristoforetti e il ricordo di Margherita Hack. Un racconto costruito su misura, grazia e compostezza più che su effetti speciali. Balich affiancato, tra gli altri, dal regista Damiano Michieletto, regista profondamente legato al mondo dell'opera - firma del prossimo 7 dicembre, ha restituito questa idea di "Armonia".
Certo, l'assenza di Bormio fa discutere, teatro della prima storica doppietta azzurra, è rimasta fuori dalla narrazione diffusa tra San Siro, Cortina, Predazzo e Livigno.
Ma il punto politico e culturale è un altro: il sistema compatto di Milano ha trasformato l'apertura dei Giochi in una dichiarazione di soft power. È la storia di una città che, attraverso la Scala, riesce a fare sistema