Le opposte intolleranze dell’era globale

Si potrebbe chiudere la questione dicendo che in regime di libertà privata ciascuno è libero di prendersi in casa chi gli pare e piace. Se i proprietari pensano che mettere assieme ragazzi pugliesi con ragazzi leghisti sia operazione ad alto rischio, causa incompatibilità culturale e incomunicabilità umana, il cartello diventa inevitabile. Volendo però andare oltre il cartello, ci si potrebbe porre anche una domanda abbastanza seria: a questo siamo arrivati, in piena epopea globalista, sopra tutte le diversità e tutte le identità locali, con l’aggiunta ultima di Facebook, che tutti accomuna a tutte le latitudini, senza chiedere a nessuno da dove viene e di che colore è?
In sé l’avvenimento di Padova si porta dietro il gusto dell’assurdo che sarebbe molto piaciuto a Pirandello: nel profondo Nord-Est, un luogo che al Sud considerano pieno di rischi e di insidie per chi venga da fuori, con questi indigeni brutali e beoni, di ceppo leghista, subito pronti a perseguitare il forestiero, in questo preciso luogo c’è qualcuno che imperturbabile e incosciente, senza alcun timore delle conseguenze, dichiara nero su bianco di non gradire proprio gli umani di quel ceppo etnico dominante. Per la Lega, che qui si accinge a sbancare il botteghino delle prossime elezioni regionali, è uno schiaffo atroce. Difatti, ci sono già le prime reazioni cariche di indignazione e di orgoglio. Ma è davvero il caso?
Per la Lega è un test. Forse l’ultimo che ancora deve superare: il test dell’ironia. In tutti questi anni, devono ammetterlo, i padani non hanno brillato per questa particolare forma di difesa, o di attacco, intellettuale. C’è l’occasione. Al cartello «No leghisti» si può certo rispondere rimettendo su il disco del razzismo alla rovescia, dell’intolleranza etnica, della gravissima offesa sull’avito territorio sacro. Si può invocare una pronta reazione, invitare la popolazione alla vigilanza permanente e persino lanciare un richiamo alle armi. Ma volendo si può anche sotterrare lo stesso cartello - affronto o goliardata che sia - sotto una modica quantità di sarcasmo. Per esempio, da domani tutti i leghisti del Triveneto potrebbero presentarsi ai proprietari di casa con le più serie intenzioni, facendo perdere un sacco di tempo. Non c’è come rovinare il fegato, ai simpaticoni di queste iniziative, per farli pentire delle proprie trovate geniali.
Fa molto più male un colpo di ironia che un colpo di clava. Questo, da sempre. Di certo, non li si può prendere seriamente. L’unico modo per prenderli sul serio sarebbe attribuire al loro avviso una vaga finalità preventiva: nelle stanze ci sono già studenti del Sud, meglio essere chiari subito per evitare cataclismi poi. Ma neppure questa sta molto in piedi: per certe questioni di promiscuità esplosiva, basta avvertire a parole. Se in un’abitazione ci sono già due ragazze quindicenni, quando arriva un ragazzo ventenne viene avvertito che come inquilino non è compatibile. Lui magari non è perfettamente d’accordo, ma deve farsene una ragione. Si parla, si valuta. Poi magari sono gli stessi leghisti, se proprio sono così chiusi e intransigenti, a rinunciare. Loro per primi. Ce ne sono alcuni che al solo pensiero di coabitare con pugliesi o lucani sfogano subito il classico rossore dell’orticaria. Forse, nel caso specifico, ai fini di una felice locazione, il cartello più opportuno non è «No Leghisti», ma una cosa del tipo «Occhio, ci abitano già dei pugliesi». Razzismo per razzismo, evita inutili perdite di tempo in sede di trattativa...
Ragazzate? Ragazzate. Certo cominciano a susseguirsi, queste ragazzate. A Prato è appena comparso il cartello «Vietato ai cinesi che non parlano italiano». Inevitabilmente il richiamo passa poi a quello comparso in Svizzera, in faccia ai nostri nonni, tanti anni fa, «Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani». Così, collegamento per collegamento, si arriva inevitabilmente fino all’indimenticato «No ebrei». Per questo, ragazzi, vediamo di levarlo subito, quel cartello. A scanso di equivoci. Diciamo che s’è scherzato e chiudiamola lì. Le provocazioni sono carine e simpatiche, ma a forza di provocare c’è sempre qualcuno che alla fine non capisce la provocazione. Poi, dopo, a disastro compiuto, hai voglia di spiegargli che era solo una ragazzata.
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