Roma - La magistratura? Ben altro che il «potere nullo» descritto da Montesquieu, che parlava dei giudici come «bocca della legge». E se l’indipendenza dei magistrati è un «valore irrinunciabile», bisogna anche evitare l’avvento di una «democrazia giudiziaria», con le toghe che sforano dalle proprie funzioni in direzione del potere legislativo. Pm e giudici hanno ormai troppa discrezionalità nella valutazione giuridica dei fatti, e «l’ampiezza della discrezionalità porta all’incertezza del diritto», che è «una minaccia reale per i diritti dei cittadini».
Gianfranco Fini coglie l’occasione della presentazione di «Magistrati», ultima fatica editoriale di Luciano Violante, per tornare a dire «qualcosa di destra», o più semplicemente per tracciare, con una meticolosa analisi, una diagnosi dell’anomalia italiana di un potere giudiziario espansivo, e per marcare con chiarezza i confini tra sistema politico e giustizia, che devono sì essere invalicabili, ma in entrambe le direzioni. Arrivando a mettere in guardia dal rischio potenziale di un «governo dei giudici».
Ovviamente quello del presidente della Camera non è un attacco frontale alle toghe, anche considerato che prende le mosse dalla premessa della doverosa, fondamentale indipendenza della magistratura. Ma la puntigliosa precisazione sui rapporti tra poteri dello Stato, che arriva tra l’altro a pochi giorni dalla chiusura dell’indagine Mediatrade che vede indagato anche il premier Silvio Berlusconi, è una presa di posizione piuttosto significativa.
Tanto da incassare il plauso di Osvaldo Napoli, parlamentare Pdl in quota Fi, che saluta le dichiarazioni della terza carica dello Stato («è la posizione da sempre sostenuta dal Pdl, non in antagonismo alla magistratura, ma in funzione correttiva rispetto agli eccessi interpretativi»), e la prende come un chiarimento anche rispetto a opinioni difformi sul tema espresse recentemente proprio da qualche finiano: «Mi auguro - il commento di Napoli - che le parole di Fini abbiano convinto anche coloro che, come Fabio Granata, avevano privilegiato posizioni assai vaghe e rischiose sul giusto confine tra politica e giustizia».
Il punto del problema, secondo Fini, è «l’esasperata giuridicizzazione della vita sociale» in Italia, che può portare a un «potenziale squilibrio dell’assetto costituzionale della nostra democrazia». Proprio l’allargarsi delle norme penali è uno degli elementi di criticità individuati dal presidente della Camera, poiché «in questa situazione il pm e il giudice hanno un margine di discrezionalità troppo ampio rispetto alla scelta di come qualificare giuridicamente un fatto». E appunto, troppa discrezionalità lede la certezza del diritto. Così come è un’anomalia l’«ambiguità» e la «complessità» degli atti normativi, e la conseguente opera di «interpretazione ermeneutica» spettante ai magistrati. Che però, «quando applicano il diritto al caso, in parte lo creano, attribuendogli un significato normativo tra i tanti possibili». Ed è proprio questa «delicata funzione», per Fini, che «se esercitata in modo eccessivamente discrezionale attribuisce all’organo giudiziario un potere che è simile al potere legislativo». Eccolo, il pericolo dell’invasione di campo, così presente che «democrazia giudiziaria» è un modo di dire ormai comune, insiste l’ex leader di An.
Ma nel discorso di Gianfranco Fini non manca una frecciatina a pm e giudici troppo inclini a mettersi a favore di telecamera. Il presidente della Camera ricorda infatti come la mediatizzazione della vita pubblica sovraesponga i magistrati e ne modifichi la percezione del ruolo, rischiando di «trasformarli in una specie di “controllori di virtù” del personale politico, allontanandoli dal loro compito istituzionale che è quello di garantire, in modo imparziale, l’applicazione della legge».
L’obiettivo è quindi assicurare che tra i poteri dello Stato venga mantenuto l’equilibrio democratico, obiettivo da perseguire in modo «costante e essenziale», evitando che i giudici «governino», ma garantendone l’autonomia. E la ricetta di Fini è lapalissiana. Da un lato «occorre porre un argine alle tentazioni della politica di condizionare l’indipendenza della magistratura», che non può essere «sottoposta» alla politica.
Dall’altro, però, «occorre valorizzare per i magistrati il principio di responsabilità, che consiste nell’adempiere ai doveri di ufficio con imparzialità e rigore deontologico». Concetto lapalissiano, certo. Ma, in Italia, per niente scontato.