Ora basta con stipendi pubblici da capogiro

di Don Chino Pezzoli*

Mi soffermo sconcertato sugli importi che intascano le persone che occupano posti strategici nei servizi dello Stato. Non faccio nomi anche perché le cifre dei compensi sono di dominio pubblico. Chi vuole saperne di più entri nel sito del ministro Brunetta. Confronto queste cifre con il lavoratore comune che racimola mensilmente 1.300, 1.500 euro. Scandalo? No, ingiustizia legittimata politicamente da ogni schieramento per far sì che ricchi siano sempre più ricchi e gli altri sempre più miseri.
Ma alcuni funzionari dello Stato che incassano, in media, 150mila/200mila euro all’anno non sentono un leggero prurito nella coscienza? Parlo solo di «prurito» per non turbare i più convinti che sostengono che una persona se vale, si paga. L’onorevole Brunetta (evviva) sta evidenziando la classe dei novelli ricchi epuloni, con non pochi disagi. Si sa ormai che lo si vorrebbe sostituire come ministro per la sua «febbre» di rendere trasparente le retribuzioni dei diversi direttori e funzionari dello Stato. Si strombazza, ad esempio, che la sanità ha i bilanci in rosso e che non ci sono soldi per rendere più funzionali gli ospedali, le case di ricovero, le comunità di recupero, la scuola, e poi si viene a sapere che i soldi, tanti soldi, vanno a finire nelle tasche dei dirigenti. Altro che soffermarsi sui diversi scandali sessuali, mettere in azione le telecamere per ritrarre quello o quell’altro sotto l’effetto di Cupido. Mettiamole in funzione per gli affezionati al dio mammona. Si parli sui giornali di scandali veri, commessi da chi percepisce dallo Stato stipendi da capogiro. La cupidigia è un mostro di difficile controllo.
Meno male che alcune testate di giornali sollevano la saracinesca del «botteghino dei furbetti» e mettono in moto la coscienza dei cittadini, assicurando quel po’ di verifica sui conti dello Stato. C’è una categoria di lavoratori vantaggiati che mai e poi mai si ridurranno il loro stipendio a favore di chi fa fatica a sbarcare il lunario o per il migliore funzionamento di un ospedale, di un servizio pubblico o privato sociale. Non mi sento di chiamarli queste persone disoneste, ma egoiste sì. Sono più preoccupati del loro business, delle «scalate» o «cordate» economiche da conseguire che di lanciare ponti di solidarietà. È difficile in una società di «furbetti» essere onesti o almeno combattere certe disuguaglianze.
Quando l’uomo si misura in contanti, la giustizia rischia di essere sfrattata come inquilino ingombrante e quel distacco asettico e intelligente dal denaro, non esiste più. La cupidigia, l’avarizia, legittimano tutto. Mentre però ci meravigliamo e scandalizziamo per la cupidigia altrui, l’indulgenza e la giustificazione non mancano nei nostri confronti. Ci siamo abituati, in questo modo, ad accettare come normalità uno stipendio che non corrisponde all’equità retributiva che ha presente anche i bisogni degli altri. Per almeno tre motivi: la considerazione eccessiva dei soldi, il bisogno nevrotico di sicurezza, il desiderio di apparire e di convalidare l’immagine. E così si perde di vista il bene comune.
Una società non cresce se viene a mancare l’attenzione ai più poveri e alle realtà solidali che li accoglie. Mi dimenticavo d’aggiungere, è solo un esempio, che per noi che dedichiamo le nostre giornate ai poveri, agli emarginati, che accogliamo nelle nostre case i senzatetto, gli affamati e ammalati, sentirci dire ripetutamente dall’Asl «non ci sono soldi», rimaniamo male e ci diciamo: «Perché i nostri direttori, vice ed altri che appartengono alla staff, non si riducono il voluminoso stipendio?».
Forse, la mia è solo un’utopia che resterà per sempre nei meandri della mia psiche.
*Fondazione Promozione  Solidarietà Umana

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