«Ora la comunità internazionale aiuti Moussavi»

«Quando alzai quella maglietta insanguinata non pensavo ad infiammare la piazza ma a fermarla. Un ragazzo era stato appena colpito da un proiettile, gli avevamo levato la maglia e l'avevamo usata per tamponargli le ferite... mi era rimasta in mano così l'alzai e la mostrai a quella piazza scalmanata ed entusiasta pronta a lanciarsi contro le forze di sicurezza. Volevo fargli capire che si dovevano fermare, che rischiavamo di finire tutti arrestati o di fare la fine di quel ragazzo. Quella maglietta alzata divenne il mio capo d'accusa. La foto fece il giro del mondo e io mi ritrovai in carcere davanti ad un giudice che mi diceva “Con quella foto hai firmato la tua condanna a morte”».
Succedeva nel luglio di dieci anni fa, in quel 18 di Tir ricordato come la prima rivolta studentesca contro il regime della Repubblica islamica. Oggi Ahmad Batebi ha 32 anni e vive a Washington. Per quella foto pubblicata in tutto il mondo si è fatto otto anni di carcere, ha subito due terrificanti finte impiccagioni, è stato torturato e bastonato. L'anno scorso, approfittando di una licenza dal carcere non è più tornato in cella, si è dato alla macchia, ha attraversato dopo una fuga avventurosa il confine con l'Irak. Oggi risponde da un cellulare di Washington e spiega al Giornale le differenze tra la rivolta di dieci anni fa e quella dell'onda verde di Moussavi.
«La differenza più grande, credetemi, è nella sostanza. Nel 1999 a subire la violenza del regime c'eravamo solo noi studenti, oggi tutti gli iraniani si sentono minacciati, percepiscono la consistenza della minaccia. Nel 1999 non potevi accusare l'intero sistema perché al governo c'era il presidente Khatami, al massimo potevi chieder di far punire i responsabili delle violenze sugli studenti. Oggi l'intero regime è colpevole, colpevole di aver rubato i voti e di aver scatenato la repressione. Per questo la rivolta è destinata ad aumentare e si estenderà. Oggi nessuno si accontenta di vedere in tribunale qualche comandante della polizia o dei basiji. Oggi la gente grida "Morte al Dittatore" e vuole la testa della "Suprema Guida". Dieci anni fa nessuno si sarebbe sognato una cosa del genere».
Che differenza c'è tra i giovani di oggi e i suoi coetanei?
«La consapevolezza. Noi eravamo mossi da una sorta di malessere, da una voglia di cambiamento, nessuno sapeva se le ragioni dei suoi compagni coincidevano con le sue. Oggi con internet e televisioni satellitari tutti si muovono per delle ragioni comuni... hanno un nemico comune rappresentato da chi ha rubato il loro voto e truccato le elezioni».
L'ex presidente Rafsanjani può cambiare le cose?
«Rafsanjani è un uomo potente e abile, ma è un uomo di quel sistema, molti degli errori commessi in 30 anni sono i suoi errori. Il vero cambiamento sarebbe limitare l'influsso della religione e questo nel caso iraniano significa cambiare la sostanza del sistema».
Hossein Moussavi e questa generazione di nuovi oppositori ce la possono fare?
«Solo se la comunità internazionale si decide ad aiutarli. Loro hanno fatto il possibile ora devono entrare in gioco i governi di tutto il mondo e garantirgli sostegno diplomatico. Devono smetterla di riconoscere il governo di Mahmoud Ahmadinejad e boicottarlo perché quell'esecutivo è frutto di un colpo di Stato».
La morte di Neda per lei cosa rappresenta?
«A nove anni vidi la lapidazione di un uomo... per molti anni quelle immagini non mi fecero dormire. La morte di Neda è un nuovo incubo. Mi dà la nausea, non mi abbandonerà per mesi».