Arte

Il Padiglione di Israele chiuso e presidiato dalle forze dell'ordine

Le curatrici espongono un cartello: "Tutto sospeso sino alla tregua e alla liberazione degli ostaggi"

Il Padiglione di Israele chiuso e presidiato dalle forze dell'ordine

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È l'unico padiglione nazionale che non ha aperto, e ovviamente è quello che tutti cercano appena entrati ai Giardini della Biennale, il punto di partenza della Esposizione internazionale d'arte di Venezia. Eccolo qui: è poco distante dal Padiglione centrale, dove comincia la mostra principale curata da Adriano Pedrosa, ed è proprio accanto - quasi protetto, perché la geografia anche nel mondo dell'arte è geopolitica - dal Padiglione degli Stati Uniti.

Israele, che come tutte le altre nazioni ospiti della Biennale avrebbe dovuto aprire oggi il proprio spazio espositivo per la preview stampa, lo ha invece tenuto chiuso. Un po' a sorpresa, in verità. Gli stessi vertici della Biennale non se lo aspettavano, anche se non escludevano una qualche iniziativa che portasse l'attenzione sulla situazione in Medioriente. E così ieri mattina, nel momento in cui i giornalisti stavano entrando ai Giardini, sulle vetrate del Padiglione di Israele è stato esposto un cartello per annunciare che resterà chiuso «sino a che non sarà pattuito un cessate il fuoco e non saranno liberati gli ostaggi», cioè gli uomini e le donne israeliani che sono ancora nelle mani di Hamas dallo scorso 7 ottobre. La decisione delle curatrici, Mira Lapidot e Tamar Margalit, e dell'artista, Ruth Patir, le cui tre opere di videoarte compongono la mostra (M)otherland accolta all'interno del padiglione (e una delle quali si intravede dalle vetrate), non è quella di cancellare l'esibizione. «Ma è una scelta di solidarietà con le famiglie degli ostaggi e la grande comunità di Israele che chiede un cambiamento». Dove la parola «cambiamento» è un significativo riferimento all'attuale leadership politica dello Stato israeliano.

«Come esseri umani, donne e cittadini, non possiamo essere qui quando non cambia nulla nella realtà degli ostaggi. Fino all'ultimo pensavamo che ci stessimo avviando in un'altra direzione e che ci fosse un accordo sul tavolo», ha spiegato Patir. «Apriremo il padiglione quando verrà raggiunto un accordo sugli ostaggi e un cessate il fuoco, e speriamo che ciò accada durante i sette mesi della Biennale», ha aggiunto. «Come artista - ha spiegato Patir - rifiuto il boicottaggio culturale ma ho una grande difficoltà a presentare un progetto che parla di vulnerabilità per la vita in un momento in cui non c'è rispetto per essa» ha aggiunto.

Ieri, per tutta la giornata, il Padiglione di Israele - il più filmato e fotografato, dall'esterno...

- è stato sorvegliato da un presidio di militari dell'Esercito italiano. Con regolarità passavano pattuglie a piedi di poliziotti e di certo l'area era controllata anche da agenti israeliani in borghese. Cosa che continuerà, temiamo, fino alla fine della Biennale. Tra molti mesi.

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