Un palcoscenico di nome Africa

La nuova drammaturgia africana è quanto di più fertile sia apparso sulla scena teatrale negli ultimi decenni. Lo sguardo disincantato sull'attuale situazione della propria terra d'origine, il coraggio di discutere la questione coloniale senza apriorismi né vittimismi e soprattutto la capacità di infondere un'immensa energia nelle parole, caratterizzano una generazione di autori nati tra l'inizio degli anni Sessanta e la fine dei Settanta, che spesso vivono e lavorano in Europa. Proprio a loro è dedicata l'edizione 2009 di «Tramedautore», il festival organizzato da Outis presso il Piccolo Teatro Studio. Iniziata ieri con un omaggio a Pina Bausch, la coreografa che ha rivoluzionato la danza del secondo Novecento, la rassegna prosegue oggi alle 20.30 con «Bambi, elle est noire mais elle est belle», uno spettacolo scritto e interpretato da Maïmouna Gueye. Attrice senegalese formatasi in Francia, la Gueye mette in scena una requisitoria politicamente scorretta sulla condizione della donna africana, in cui non risparmia né il «razzismo dolce» degli intellettuali europei né il maschilismo tipico del suo Paese d'origine. Domani alle 19.30 è la volta di «Gone too far», una pièce di Bola Agbaje (con la regia di Gianfelice Facchetti) in cui si stigmatizza quell'atteggiamento di fierezza delle proprie radici, quell'«orgoglio di appartenenza» che, tra gli africani immigrati nelle metropoli europee, rischia di produrre danni quanto la segregazione. Sempre domani, ma alle 21, Moni Ovadia legge «Le confessioni d'Abraham», un testo del drammaturgo algerino Mohamed Kacimi in cui il patriarca biblico, riportato ai nostri giorni, riflette sulla sua discendenza.
Il festival chiude giovedì con due spettacoli: alle 19.30 va in scena «Le carrefour», una fiaba di Kossi Efoui sulla malinconia dell'esilio, alle 21 «El mona», una pièce sperimentale dell'ivoriano Koffi Kwahulé.

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