Brusca resta in carcere, la Cassazione: "Non c'è ravvedimento"

Per la Suprema Corte i reati commessi dall'ex boss Giovanni Brusca sono di una tale gravità per cui è impossibile pensare ad un ravvedimento. Respinta la richiesta di arresti domiciliari

Brusca resta in carcere, la Cassazione: "Non c'è ravvedimento"

Giovanni Brusca resta in carcere, respinta la richiesta di arresti domiciliari. A mettere la parola fine è stata direttamente la Suprema Corte. "La gravità dei reati commessi da Brusca e la caratura criminale che ha dimostrato nella sua vita di possedere" portano a considerare "non ancora acquisita la prova certa e definitiva del suo ravvedimento, ma solo di un ravvedimento non compiuto, anche considerata l'incertezza del completamento del suo percorso di pentimento". Così la prima sezione penale della Cassazione spiega perché, nello scorso ottobre, pur a fronte del parere positivo espresso dalla Direzione nazionale antimafia e della Dda di Palermo, ha deciso di rigettare il ricorso del boss di Cosa nostra, collaboratore di giustizia detenuto nel carcere di Rebibbia, il quale lo scorso ottobre ha chiesto nuovamente di poter accedere agli arresti domiciliari, istanza già respinta dal tribunale di sorveglianza di Roma.

Con la sentenza depositata oggi, i giudici di piazza Cavour condividono le conclusioni della sorveglianza della Capitale, rilevando "l'insussistenza della prova di un effettivo compiuto ravvedimento", e che "lo sforzo di Brusca nel manifestare il suo pentimento civile e il suo intento di riconciliazione nei confronti delle famiglie delle vittime e della società tutta vadano approfonditi e verificati nel corso del tempo". Inoltre, si legge ancora nella sentenza, "a fronte delle indubbie manifestazioni di resipiscenza" di Giovanni Brusca, le "iniziative riparatorie" da lui intraprese non sono "ancora espressione di un suo compiuto ravvedimento", ma che tale percorso "sia attualmente soltanto positivamente avviato". Brusca è l'uomo che ha materialmente premuto il telecomando con cui è esplose l'autostrada A29 nell'agguato della strage di Capaci. Lo stesso Brusca è l'uomo che diede l'ordine di sequestrare e poi sciogliere nell'acido il piccolo Giuseppe Di Matteo che nel 1996 aveva 13 anni e fu ucciso nel tentativo di far tacere suo padre Santino Di Matteo, collaboratore di giustizia.

Adesso i giudici della Suprema corte spiegano che il "positivo percorso trattamentale portato avanti da Brusca e il suo 'buon' livello di revisione critica del passato e il comportamento collaborativo da lui tenuto" non sono indici "sufficienti" in relazione al suo "indiscusso spessore criminale".

Nella sentenza della Cassazione infatti si ricorda che la "storia criminale di Brusca è senza dubbio unica e senza precedenti", con "più di cento omicidi commessi, con le modalità più cruente, in alcuni casi senza selezionare le vittime, ma colpendo indifferentemente bambini solo per realizzare vendette trasversali, capi mafia, servitori dello Stato, privati cittadini caduti nell'ambito dell'attività stragista", e come, "tra tanti 'uomini d'onore, nessuno avesse realizzato un pari percorso sanguinario, manifestando inusitata violenza e assoluto spregio per il valore della vita umana".

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