Non è un'amaca, è un feto di madre quello in cui si trova Marco Bonadei Nel guscio, che torna in scena al Teatro Elfo Puccini fino al 15 febbraio per la regia di Cristina Crippa (www.elfo.org). In effetti l'attore genovese classe 1986, lo abbiamo visto anche al cinema in "Comedians" di Gabriele Salvatores e "Il ritorno di Casanova", regia di Leo Bernardi con protagonista Toni Servillo, per tutto lo spettacolo è protetto, o quantomeno sempre in contatto con una fascia bianca che lo avvolge e sostiene (scene e costumi di Roberta Monopoli): diventa, il feto-fascia, coprotagonista di un testo che ha un'originalità e attualità spietata, come solo uno scrittore come Ian McEwan, inglese, poteva concepire.
Già Premio Ubu nel 2010/11 nella categoria giovane attore under 30 per la sua interpretazione in "The History Boys" di Alan Bennet, anche quella, come Nel guscio, una produzione Elfo Puccini, Bonadei non è del tutto l'unico attore in scena. E non solo perché interagisce con la fascia che lo sostiene, ma anche perché dialoga con le voci, registrate, di altri personaggi, che però non appaiono (Ferdinando Bruni, Elio De Capitani, Cristina Crippa. Enzo Curcurù, Alice Redini, Elena Russo Arman, Vincenzo Zampa). Infatti Bonadei non vede nessuno, è un feto. Ma sente, ascolta e, purtroppo per lui, coglie la tragicità di ciò che sta avvenendo appena fuori dalla sua bolla, ancora per poco, di libertà: i suoi genitori, sono Gertrude, Trudy per McEwan, e Amleto, qui uno squattrinato poeta. Trudy è già fidanzata con Claude, fratello del marito Amleto, e quest'ultimo ha una relazione con Ofelia. Ciò che il neo Amleto sente, quindi, è il piano omicida di Trudy e suo zio verso suo padre, come nella tragedia shakesperiana. Che, tradotto, significa avere una madre che non vuole più saperne del marito, il padre che vive una nuova relazione e il fratello-zio che è segretamente fidanzato con la madre del nascituro.
Gli adulti raccontati da Shakesperare nel 1600 sono riportabili ai giorni nostri, stessi concetti espressi in un contesto diverso: per uno spettacolo che, tra regia e capacità attoriale, sa spogliare il pubblico di ogni certezza portandolo nel momento in cui è più indifeso, ma anche più puro. E mostra il mondo fuori che appare per ciò che sarà: chissà se l'umanità è ancora in tempo per migliorare, questo forse il cinico messaggio, in stile inglese, che emerge.