Fabrizia Ramondino (1936-2008) è una narratrice napoletana, prestata al teatro dopo che, con Mario Martone, scrisse la sceneggiatura di "Morte di un matematico napoletano", un film cult, con un grandissimo Carlo Cecchi che interpretava gli ultimi giorni del matematico Renato Cacciopoli. Successivamente, senza dire niente a nessuno, cominciò a scrivere dei testi di teatro, Einaudi ne pubblicò quattro, postumi, in un volume a cura di Ippolita Di Maio, di cui fa parte "Stanza con compositore, Donne, Strumenti musicali, ragazzo", in scena al Franco Parenti da oggi a domenica, 12 Aprile, con Lino Musella e Iaia Forte, con la regia di Mario Martone.
Diciamo subito che il teatro di Fabrizia Ramondino non ha nulla a che fare né col post-eduardismo, né col teatro di Ruccello, Moscato, Santanelli, essendo l'autrice ritenuta un outsider, nel senso che il suo sguardo non è rivolto alla città in cui è nata, ma altrove, in un mondo più vicino alla drammaturgia europea, con una particolare attenzione a Thomas Bernhard, tanto che "Stanza con compositore" mi ha fatto pensare a "Il nipote di Wittgenstein", testo in cui Bernhard parlava di musica, alternando i problemi delle note musicali con le note stonate della vita, fatta di solitudine, di sofferenza, di creatività distorta. Wittgenstein, interpretato da un eccellente Umberto Orsini, era un appassionato di musica, la sola che gli permetteva di accettare il mondo che odiava e che sola poteva salvarlo.
Anche il Compositore, interpretato da Lino Musella, è convinto che solo la musica possa salvare il mondo. In scena, Musella si presenta in canottiera e pantaloncini, sembra un disadattato, convinto che la creatività musicale non debba trattare temi e motivi che piacciono al pubblico, perché la sua musica, che dà molto spazio alla fantasia, procede per assonanze capaci di coniugare canto e strumento, vita e arte. L'atteggiamento del Compositore potrebbe dare l'idea di avere a che fare con un provocatore, se non con un pazzo. A volte, lo sentiamo delirare, ma il suo delirio raffigura il delirio di un mondo che va curato, tanto che, nelle sue composizioni si può trovare l'amarezza di chi vive, contraddittoriamente, la vicinanza dei parenti con la loro lontananza, se non con la separazione, per far convivere, come dice lui, il dolce e il salato.
Egli ha pensato a una orchestra di cui farebbero parte la Madre, da intendere come il violino, la Moglie, da intendere come viola, la Figlia, da intendere come violoncello. Con loro, faremo conoscenza del Factotum, ovvero del ragazzo che ha il compito di portare gli strumenti e di prendere, in cambio, i quadri d'autore, i tappeti, i tavoli, lasciano la stanza sempre più spoglia. Appare chiaro come i rapporti del Compositore con gli altri siano alquanto difficili, essendo convinto che le relazioni umane siano insolubili, perché la vita è fatta di vuoti e di pieni che generano depressioni e, quando si è depressi, non si è in grado di produrre opere artistiche. Mario Martone che, della Ramondino, aveva portato in scena "Terremoto con madre e figlia" si è trovato dinanzi a una materia carica di stratificazioni, ha dovuto, pertanto, dare ordine al disordine mentale del Compositore.
Scenicamente ha pensato a una stanza come "Campo di battaglia affettivo" e ha indirizzato la recitazione di Musella e degli altri, verso una forma di astrattismo, come se dialogassero non i personaggi, ma gli strumenti, facendo corrispondere la lingua immaginifica della Ramondino, con la lingua immaginifica della scrittura scenica.