Dicono che i decreti sulla sicurezza facciano aumentare la criminalità: ed è vero. Basta annunciare un giro di vite e i numeri sembrano peggiorare, come è successo anche dopo i fatti di Torino, quando agli scontri sono seguite denunce e una pressione per nuove leggi: da giorni si parlava di fermo per soggetti a rischio e di nuove regole per cortei e occupazioni, ma non è roba nata ieri, erano nell'arsenale del Governo. Aumentare i reati, si diceva; per prima cosa: non sono reati, bensì denunce. È in base al numero di denunce che i dati vengono sbandierati. Se crescono le denunce, a parità di comportamenti reali, cresce la criminalità nei dati, e questo succede quando lo Stato rafforza i controlli: le denunce aumentano fisiologicamente. Accade con altri reati (violenza domestica, evasione fiscale) quando dei comportamenti che prima venivano tollerati, o minimizzati, ora vengono segnalati non perché nuovi, ma perché non sono più considerati «normali» o proibiti «ma non tanto». Nella criminalità giovanile vale per violenza, minacce, lesioni, danneggiamenti e porto di coltelli: d'un tratto i numeri portano a un'emersione che non per forza significa esplosione, e il primo equivoco nasce da questo errore di lettura: in realtà, quando lo Stato rialza l'asticella e chiarisce che cosa è vietato davvero (invitando a non girarsi dall'altra parte e a legittimare chi controlla e chi denuncia) la prima cosa che cresce non è la criminalità, ma la sua visibilità. Uno sbandato va distinto da un terrorista.
Si straparlava di coltelli: il procuratore al Tribunale dei Minori di Milano, una settimana fa, ha detto che «l'uso dei coltelli è vissuto come una moda»; fonti varie (Istat, Interno, Dia, Antigone, report e statistiche) confermano che non è solo la quantità, ma è la qualità della devianza a essere cambiata.
Non significa che un decreto basti per risolvere tutto, ma che i decreti sicurezza vanno giudicati anche per ciò che producono nel breve periodo: più emersione, più denunce e più conflitti portati alla luce. È un passaggio inevitabile ogni qualvolta si tenti di riportare nella legalità dei comportamenti che per anni sono stati tollerati, è un riallineamento simbolico e operativo dello Stato. Il deterrente vero, per un giovane o comunque per un criminale, è che ora, più probabilmente, sarà preso e subito sanzionato: non è che rischi 10 o vent'anni di galera come spiega un decreto che lui, forse, non leggerà mai. I delinquenti non guardano la Gazzetta Ufficiale. I decreti sulla sicurezza servono perciò anche a restituire consapevolezza di quanto sia grave (o semplicemente sia vietato) un comportamento criminale o micro-criminale, ma, nondimeno, occupare abusivamente uno spazio, rompere vetrine, incendiare un cassonetto, bloccare le strade o imbrattare in giro. Figurarsi martellare un poliziotto.
I giri di vite servono anche a cittadini, magistrati e forze dell'ordine che siano sconfortati da troppa tolleranza e lassismo civile: non è che alla madre di un ragazzo accoltellato o di un poliziotto martellato puoi rispondere che lo Stato, ora, metterà in campo politiche sociali per i giovani. I rave party, per fare un esempio, sono pressoché spariti, ma non perché i giornali non ne parlano più, o perché i frequentatori abbiano scoperto il Codice penale: sono spariti perché è cambiato il messaggio, prima c'era un'illegalità strutturale (occupazioni, droga, devastazioni ambientali) che era trattata con libertarismo naïf, dopodiché c'è stato un «no» punto e basta, una linea, una fine del gioco che, ai festaioli illegali, ha fatto passare la voglia. Prendiamo ancora i coltelli, o i martelli nascosti in tasca: erano già vietati, anche ai minori, certo, ma era diventato un divieto molle, svuotato dal racconto «ce l'aveva per difendersi», «non sapeva che fosse vietato», addirittura «era un martelletto», in sostanza dalla normalizzazione di un reato. Oggi il messaggio è più chiaro anche perché lo Stato ha ricominciato a dare questo messaggio senza balbettare: la soglia psicologica è cambiata, e vale soprattutto per l'illegalità opportunistica, quella che vive di ambiguità. I media hanno un ruolo. Lo Stato ne ha un altro. La legge non serve solo a punire e neppure solo a dissuadere: serve a dire che cosa è intollerabile, a fissare un confine, a dichiarare che certi comportamenti non sono più né giustificabili né negoziabili né culturalmente assolvibili. È una funzione simbolica: e senza simboli lo Stato evapora.
La famigerata certezza della pena e delle regole (nel senso garantista e non forcaiolo del termine) resta un nodo decisivo, ma, senza prima ristabilire che cosa è proibito davvero, la certezza non può nemmeno cominciare.