Un partito, tre segretari, tanti zombi

Il palazzo è chiuso per ferie, ma le polemiche sono apertissime e vengono nutrite anche artificialmente dai soliti argomenti, alcuni fragili e alcuni capziosi. I radicali e la sinistra più o meno spinta sono furibondi perché il premier si reca in Libia a testimoniare l’amicizia dell’Italia con Gheddafi, portandosi appresso le Frecce Tricolori, vanto aeronautico nazionale. Non perdonano al governo di mantenere rapporti diplomatici con una dittatura e in qualche modo di sostenerla e legittimarla.

Hanno ragione o torto? Diciamo che non sono coerenti. Il nostro Paese, come quasi tutti in questo campo, ha sempre fatto buon viso a cattivo gioco per questioni di sopravvivenza e convenienza. Indimenticabili le visite a Roma, con fanfare e tappeti rossi srotolati per dovere d’accoglienza, del terrorista Arafat inseparabile dalla sua pistola, e di Gorbaciov, capo supremo dell’Unione Sovietica in stato preagonico ma ancora spietatamente comunista, al quale fu riservato un trattamento improntato a mero servilismo.

Sono soltanto esempi cui se ne potrebbero aggiungere decine. Questo per dire che non siamo nuovi a certi flirt con personaggi perlomeno discutibili. Eppure stavolta, contrariamente a quanto avveniva in passato, i progressisti si irrigidiscono e protestano perché Berlusconi fa quello che un tempo era considerato normale e addirittura lodevole fare: ossia rendere omaggio, magari chiudendo un occhio, a un leader poco raccomandabile.

Essi dimenticano gli obblighi imposti dalla realpolitik. Anzi, fingono di dimenticarli per aggredire l’esecutivo. Si dà il caso che la Libia sia tra i nostri principali fornitori di petrolio (immagine utile anche ai compagni per campare da signori) e abbia recentemente stretto un patto con Berlusconi e Maroni impegnandosi, in cambio di molto denaro, a contrastare lo sbarco dei migranti a Lampedusa.

Chiunque capisce che la collaborazione con il Colonnello, piaccia o no, è indispensabile; quindi non ci è consentito assumere atteggiamenti ostili verso di lui che possano compromettere il «contratto». O si vuole mandare tutto all’aria e ricominciare col traffico delle carrette galleggianti che scaricano migliaia di clandestini sul nostro territorio?

Forse è proprio questo l’obiettivo dell’opposizione allo sbando e incapace di riorganizzarsi. Basta vedere quanto sta accadendo nel Pd. Il quale, dopo aver criticato in ogni maniera il Pdl per abuso di sondaggi, ora non muove un dito senza consultare un’agenzia demoscopica, con risultati spesso comici. L’ultima barzelletta riguarda i pretendenti alla segreteria democratica. Bersani esibisce con orgoglio dati che lo danno largamente in testa, maggioranza assoluta delle preferenze. E Franceschini, anziché rassegnarsi o tentare di ribaltare a suo favore la situazione, mostra altri dati secondo cui egli, pur con meno voti potenziali, godrebbe di maggior credibilità nella base.

Il terzo incomodo, Marino, nonostante ciò non si ritira dalla competizione. D’altronde non si è ritirato quando Giuliano Ferrara, sul Foglio, ha pubblicato i documenti che provano la cresta fatta sulle spese dal chirurgo passato alla politica, figuriamoci se abbandona adesso davanti alla crudele verità della scienza statistica.

E che dire della ex festa dell’Unità, oggi anonima, in svolgimento a Genova? I lettori avranno notato le fotografie (pubblicate dal Giornale) delle sale semivuote dove i democratici dovrebbero dibattere in vista del congresso. Rivelano l’indifferenza degli iscritti al partito privo di idee, senza una linea, a corto di proposte che non riguardino le vicende private degli avversari.

C’è più gente alle feste a Palazzo Grazioli che alla festa del giornale fondato da Gramsci. E il direttore dell’organo di stampa, Concita De Gregorio, si adegua; domenica ha dedicato le otto pagine iniziali, inclusa la copertina dove campeggiava un pallone, alla ripresa del campionato di calcio; e ieri ha rifilato questo titolo ai compagni: «Paperone per caso», riferito al vincitore del Superenalotto.

È la sinistra, bellezza; la radiografia da cui si evince lo stato di salute (precario) del Pd. La lastra documenta l’esattezza della diagnosi emessa dal più credibile dei candidati segretari, che è poi il segretario provvisorio, cioè Dario Franceschini, il quale sconsolato ha diramato la seguente dichiarazione: «Chi vota noi non sa cosa vota».

È in agguato la morte cerebrale.

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