La patria prima della patria da Dante a Mazzini

Agli inizi del Novecento lo storico Gioacchino Volpe fu protagonista di una garbata quanto rilevante polemica che lo contrappose a Benedetto Croce sulla nascita della nazione italiana. L’identità italiana, affermava Volpe, non coincide con l’atto di nascita dello Stato unitario ma lo precede di alcuni secoli configurandosi come spirito italiano pre-politico e linguistico che affonda le radici nella romanità e nel Medioevo. Fondamentali le due opere in cui Volpe descrive questo percorso storico Origine e primo svolgimento dell’Italia longobarda e L’Italia in cammino, all’interno delle quali è chiara la configurazione dell’unità nazionale italiana soprattutto come dimensione spirituale, linguistica e culturale prima ancora che politica e statuale. In questo quadro, il Risorgimento non crea l’Italia ma la fa solo rinascere, ri-sorgere. In verità lo stesso Croce riconosce a piene mani il valore dell’unità linguistica e culturale, rivelatrice dello spirito italiano e fondamenta dello Stato unitario. Mentre toccherà a Giovanni Gentile giungere a una sintesi concentrata nella nozione di «unità dantesca» e nell’idea di Risorgimento come categoria filosofica. Il tema è anche quello della trasposizione politica chiara in Giuseppe Prezzolini che in L’aristocrazia dei briganti, un celebre articolo apparso nel 1903 su Il Regno afferma: «Io vorrei brevemente mostrare l’italianità del nostro pensiero. Dobbiamo preferire le idee scaturite da cervelli italiani, e nutrita delle osservazioni delle cose latine... Noi non abbiamo bisogno di vivere a pigione delle idee francesi o inglesi...».
L’Italia è giunta tardi, rispetto ad altri grandi Stati europei, all’unità politica, ma come la Germania ha avuto sempre un’unità linguistica e culturale, una sorta di ideologia italiana, un connotato prepolitico. La tradizione della Patria è la corposa opera in due volumi di Marino Biondi, edita dalle Edizioni Storia e Letteratura, che verifica in due tappe questo percorso: Letteratura e Risorgimento da Vittorio Alfieri a Ferdinando Martini (pagg.360, euro 48) e Carduccianesimo e storia d’Italia (pagg.380, euro 48). L’obiettivo è quello di tracciare la «catena genetica del passato», secondo la definizione che ne dette Martinetti che l’avversò.
Si tratta di un filo che unisce personalità molto diverse, accomunate dall’identità italiana, partendo da Machiavelli e dal «recupero dantesco» che segna quasi un punto d’inizio dell’italianità e al quale Marino Biondi subito connette Giuseppe Mazzini. «Dopo Dante, Mazzini è stata la maggiore manifestazione profetica della letteratura italiana. La sua militanza letteraria comincia nel 1827 con Dell’amor patrio di Dante» e questo lo pone come il fondatore della religiosità civile della nazione.
«Il mazzinianesimo fu una lunga costruzione dell’edificio nazione» che si consolida quando negli ultimi anni dell’Ottocento, Croce e Gentile, in parallelo, aggiungono la riflessione sul senso della storia, che doveva essere storia nazionale. Rivendicano l’originalità dell’idealismo italiano, la ricerca di lungo filo che li lega al passato e che Gramsci definirà come il tentativo di una «riforma intellettuale e morale» della borghesia italiana. Nell’Aula Magna dell’università di Pisa, Giovanni Gentile scandisce i nomi di Tommaso d’Aquino, Dante, Galileo, Manzoni, Rosmini, «tutti padri nostri comuni, o nostri fratelli maggiori».
L’altro protagonista con Alfieri, Mazzini e Garibaldi, delle pagine di Biondi è Carducci tessitore di una pedagogia nazionale, il vate della poesia civile che divenne anche la coscienza critica degli ideali risorgimentali.
Augusto Del Noce coniò il termine «transpolitico» nel senso di una dimensione profonda che sedimenta nella coscienza di una nazione e determina i tratti di un popolo. Il saggio di Biondi non a caso si chiude con un accenno all’apparire delle avanguardie fiorentine, quelle dei giovani Papini, Prezzolini e Serra, influenzati da Alfredo Oriani. Richiamano come primo atto la grandezza di Leonardo. Giovanni Papini in un articolo-saggio, del 1904, sul Regno, pone l’alternativa «O la classe o la nazione». Nella classe, spiega, «tendono a prevalere gli interessi dei particolari, siano questi poveri, i proletari, gli schiavi oppure i ricchi, i mercanti, gli oligarchi», nella nazione, invece, «le singole voci tacciono, si nascondono le brame parziali e tutte le forze, tutte le brame, tutti i voleri si protendono verso la suprema vita armoniosa della polis».
Renzo De Felice parlò di «sciopero morale» riferendosi a quello che è accaduto dopo l’8 settembre del ’43 e nel lungo dopoguerra che segnò l’oblio della parola Patria, perché anche la democrazia e con essa la libertà, non possono essere agnostiche ma devono poggiare sulla tradizione di un popolo.

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