Il Pd processa la Binetti: «Io non me ne vado» E nel partito scoppia il caos da tutti contro tutti

RomaNonostante la mole, Paola Binetti sembrava una libellula ieri a Montecitorio, mentre svolazzava da un giornalista all’altro. Felicissima della surreale tempesta scatenata attorno al suo voto sull’omofobia dentro lo scombiccherato Pd, con tanto di minaccia di espulsione dal medesimo.
Minaccia avanzata dal segretario in carica, ma - come la diretta interessata ben sa - del tutto infondata. «Il voto espresso da Binetti deve far riflettere sulla sua stessa permanenza nel Pd», dice Dario Franceschini. Seguito a ruota dal capogruppo Antonello Soro: «Dovrebbe andar via». Per poi aggiungere: «Ci sono anche aspetti formali, quindi valuteremo nel gruppo e nel partito in questi giorni». Tra gli aspetti formali c’è la non secondaria questione delle regole che, come ricorda Pierluigi Bersani, non esistono: «Chi può dire se Binetti deve andare fuori o restare nel partito senza un contesto di regole? Dobbiamo darcele». Nessuno può espellere la Binetti, insomma, né obbligarla a votare in alcun modo, perché il Pd non è mai riuscito a mettersi d’accordo sulla convivenza tra le sue diverse anime. Certo non può farlo Franceschini, pena l’implosione del suo stesso schieramento congressuale, nel quale militano ex Ppi, rutelliani, teodem e cattolici vari. Tant’è che il primo ad avvertire il segretario che era meglio abbassare i toni è stato uno dei suoi più stretti alleati, Peppe Fioroni: «La coscienza è vitale per ogni parlamentare, che deve essere libero di esprimere le sue opinioni. Le espulsioni, non sono nemmeno previste, quindi evitiamo di farci del male da soli».
La bufera sollevata attorno al caso è tutta politica e precongressuale. «Il problema non è Binetti, ma la gestione confusa del gruppo parlamentare», dice il radicale Matteo Mecacci, deputato Pd. Esattamente quel che affermano in privato anche Bersani e D’Alema, avvelenati col capogruppo Soro, franceschiniano di ferro, che ha deciso la linea dura verso la maggioranza e il no al rinvio della legge in commissione, caldeggiato anche dalla relatrice Pd Paola Concia e da Bersani per evitarne la bocciatura. Poi puntualmente avvenuta, attirando sul Parlamento italiano i fulmini dell’Onu: «Un grave passo indietro».
Fatta così la frittata, i franceschiniani hanno spostato l’attenzione sul capro espiatorio Binetti, con due obiettivi: nascondere la sconfitta subita e attirare verso il loro candidato consensi laici e giovanili finora calamitati da Ignazio Marino. Di qui il «vade retro Binetti». La quale reagisce serafica, annunciando che visto che Franceschini non la capisce non lo voterà più, ma sceglierà il «più inclusivo» Bersani (imbarazzatissimo dall’avance).
Un allarme accorato arriva dal bersaniano Enrico Letta: «Basta polemiche, o il 26 ottobre rischiamo di raccogliere solo i cocci», avverte, implorando di scongiurare «risse che rischiano di essere ingestibili il giorno dopo». Parole caute, che però alludono a una convivenza che dopo le primarie può diventare impraticabile, causando esodi.
A dare una mano ci prova da par suo Repubblica. Il quotidiano di Largo Fochetti ha sposato con entusiasmo la causa di Franceschini. E il fondatore Eugenio Scalfari ha buttato sul piatto, chez Serena Dandini su Rai3, una proposta confezionata su misura per lui: i tre candidati si impegnino a rispettare l’esito delle primarie anche se nessuno raggiungerà il 51%. Bypassando lo statuto che in quel caso rinvia il ballottaggio tra i primi due all’assemblea nazionale: «Se accade il partito è morto», vaticina Scalfari. Un modo per incentivare il «voto utile», penalizzando il terzo incomodo Marino e spostando consensi su Franceschini. Che in un’assemblea nazionale, peraltro, rischierebbe di perdere, vista la prevalenza di apparato bersaniano. Franceschini ha subito aderito entusiasta, Bersani ha aperto (facendo infuriare i dalemiani). Marino invece ha mandato a quel paese Scalfari e i suoi interessati consigli: «Non si cambiano le regole a metà partita». E così il Lodo Repubblica si è inceppato.
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