«A perdere è la città, Parigi per il Tour si veste a festa»

Il campione: «In Francia si mobilitano per la tappa finale, qui no. Ma i tifosi sono tanti»

«A Milano ci andavo in bicicletta. Andata e ritorno: tutte le mattine e tutte le sere. Partivo da Cassano d’Adda, dove sono nato e abitavo, e arrivavo alla Motta, sì quella dei panettoni. Era un bel modo per rendermi utile alla mia famiglia, guadagnare due soldi e allenarmi». Gianni Motta, il bello del ciclismo italiano, a Milano ci è legato in modo particolare. «Quella è stata la mia prima tappa di una corsa lunghissima durata in pratica dal ’64, anno in cui passai professionista, al ‘74. Lì ho imparato a lavorare, lì ho trovato l’ingaggio per passare professionista e sempre a Milano, corsi la mia ultima gara».
L’abbiamo raggiunto telefonicamente a Bolzano, dove questo ex ragazzo del’ 43, passato professionista a soli 21 anni, che seppe divedere l’Italia del pedale e dello sport per una rivalità genuina con Felice Gimondi, sta trascorrendo le sue vacanze. Neanche a dirlo, in bicicletta. «Sono a fare il Giro delle Dolomiti, assieme a 850 appassionati. Oggi (ieri per chi legge, ndr) abbiamo fatto il passo Gardena e il passo delle Erbe, domani c’è in programma lo Stelvio. Con me c’è anche Italo Zilioli, ogni tanto compaiono Francesco Moser e Maurizio Fondriest. Si pedala per divertimento, ci si riunisce per mangiare e bere. Alla sera è baldoria, è festa: sembra d’essere al Giro d’Italia».
A proposito di Giro, lo sa che dal prossimo anno Milano non sarà più l’ultimo atto di questo romanzo rosa? «Me l’hanno detto, e la cosa mi dispiace parecchio - ci dice -. È un vero peccato, perché Milano si sta svuotando di eventi sportivi di un certo livello. Io non capisco proprio perché Parigi, che è Parigi, si mette l’abito delle grandi occasioni per l’arrivo del Tour e Milano no. E dire che anche quest’anno, per applaudire Basso, c’era tantissima gente, più degli anni scorsi. Ma di una cosa sono certo: non è il Giro a perdere qualcosa, è Milano che perde una grande opportunità».
Motta lega il proprio nome anche alle Sei Giorni di Milano, che vince (quattro) in pratica in coppia con il belga Rik Van Steenbergen e Peter Post. «Ricordo sfide fantastiche, folla delle grandi occasioni - racconta il Motta, con 83 vittorie al suo attivo tra i professionisti -. Ma a Milano io ho dato anche il mio ultimo colpo di pedale con il numero spillato sulla maglia. Al sabato finiva il Giro d’Italia e alla domenica, nei pressi del Vigorelli, si correva un circuito denominato Città di Milano. Vinsi io, in perfetta solitudine: quella fu la mia ultima corsa. Cosa posso dire? Spero che Milano torni molto presto a riabbracciare uno sport, che malgrado tutto, piace da pazzi. Se così non sarà, lo ripeto, a perderci è Milano».

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