Letteratura

Luigi Bisignani: "Potere alla parola"

Intervista a Luigi Bisignani, "l'uomo che sussurra ai potenti", con acume e spirito raffinato ci delinea alcuni aspetti della nostra società

Luigi Bisignani: "Potere alla parola"

Intervistare Luigi Bisignani è stata un'esperienza garbata, gentile, costante, intrigante: una trattativa fatta in punta di piedi. Significa incontrare l'uomo "dei potenti" e lo scrittore capace di comunicare a tutti. Dalle sue parole si evince la riflessione, l'esperienza maturata negli anni e la lungimiranza. Si potrebbe riassumere il suo spirito secondo Friedrich Schiller "vivi col tuo secolo, ma non essere la sua creatura". Racconta a IlGiornale.it il suo pensiero.

La parola sembra aver perso il primato nel comunicare, un ritorno all’analfabetismo. Si comunica con le immagini, i video, per non scrivere, leggere e comprendere. L’uomo guarda ma non vede, segue gli altri ma non sceglie. Secondo Lei la forma va a prevalere sulla sostanza?

Non assegnerei alla parola un primato assoluto. Le leggi comunicate oralmente, nell'antica Roma, potevano venire facilmente aggirate. Quando esse vennero messe per iscritto nelle Tavole, e rese di pubblico dominio, diventarono molto più cogenti. E non parlerei di analfabetismo ma di evoluzione dell’attività visiva che è un percorso strettamente collegato allo sviluppo, ma anche esso è solo un tassello. E’ solo l’insieme armonico degli elementi che diventa sostanza.

Le parole italiane sono 250.000, il vocabolario di base è di 6.500, il lessico fondamentale parlato dal cittadino medio si riduce a 2.000 parole. Sta diventando una società di “nuovi mostri”?

A quasi 70 anni, io penso che non bisogna essere pessimisti, mai. Sono un inguaribile ottimista. Si stima che oggi almeno il 50% degli italiani si esprima prevalentemente in italiano cosa impensabile fino a poco più di 50 anni fa in cui i dialetti erano i più usati. E seppure il vocabolario comunemente impiegato dalle classi cosiddette ‘basse’ è sempre stato limitato, è anche vero che la cultura, dalle classi ‘alte’ è arrivata loro solo ‘marginalmente’. Non ne hanno respirato mai a pieni polmoni. Neppure quando il progresso ha portato l’obbligo scolastico, la radio, la televisione perché è mancata quella forza magnetica di creare una trama ‘fitta’, che investisse più risorse possibili e ancora oggi è così, ma i mostri sono altri, sono coloro che pur avendo a disposizione un lessico vasto e forbito non sono chiari.

La banalità impera – secondo il diktat che tutti sono uguali, quindi mai dire che uno è intelligente, altrimenti il minus habens si può sentire a disagio – l’intelligenza è quindi paradossalmente una malattia da nascondere?

L'intelligenza non si può nascondere, benché essa possa diventare esibizione, che si trasforma, a sua volta, in presunzione. Se il minus habens si sentisse veramente a disagio, non sarebbe così minus habens. Il problema è che ci sono non pochi minus habentes che si sentono superiori a tutti gli altri. Il segreto è in una frase di Andreotti: ‘Sono consapevole dei miei limiti, ma sono anche sicuro di non essere circondato da giganti’.

La negazione della bellezza fa danni morali e sociali, per la presunta salvezza del politically correct, togliendo la creatività, l’originalità, l’individualità e la personalità. Come si può far tornare l’uomo al centro, spronandolo a esprimere la sua unicità?

Il politically correct fa danni se non impiegato con intelligenza. Oggi è usato come un muro in cui le parti sono al di qua o al di là, puntando il dito gli uni contro gli altri e urlandosi addosso, di solito a mezzo social, su qual è la cosa giusta. A me sembra un altro modo per salire sulle barricate evocando drammatici ricordi ma di fatto restando fermi ai soliti meccanismi. A titolo di esempio ricordo ancora le critiche manifestate dagli ambienti di sinistra per la canzone ‘immigrato’ di Zalone che fu addirittura accusato di razzismo perché non avevano colto l’ironia del comico il quale, invece, all’uscita del relativo film venne osannato dalla stessa sinistra in quanto la destra se n’era un po’ risentita…. che dire! Surreale.

Il denaro è da sempre un potere forte, di chi lo crea e di chi lo usa. Il soldo serve a semplificarci la vita, perché viene solo “demonizzato” quando invece ci permette di vivere meglio e a creare, molto spesso, “bellezza” nel mondo?

Il denaro è uno strumento, che poi venga "solo 'demonizzato' ", mi sembra un'affermazione poco condivisibile. Esso, invece, per molti costituisce a torto una sorta di mito che assicura felicità. Ma tutte le più alte realizzazioni dello spirito umano non si sono conseguite con il denaro, bensì con il distacco dal denaro e da ogni bene materiale. Conosco più milionari in euro infelici che famiglie che con poco vivono serene.

Proust scrisse che “un'idea con molto potere, ne trasmette un po' agli uomini che la contraddicono”. Cosa significa per Lei questo pensiero di Proust e oggi ci sono idee “potenti” da trasmettere?

Proprio qualche giorno fa, il 18 novembre, è stato l’anniversario della morte del poeta francese, il centesimo, tuttavia il tempo rende ancora più moderna la frase dello scrittore. Un’idea con tanto potere si irradia a tutto ciò che le sta intorno, risveglia e attiva sonni indolenti, allo stesso modo induce pregiudizi e quasi sempre diventa un grandioso affresco della società con molti protagonisti. Oggi, per motivi contingenti sono pochi i sogni e ancor meno le idee, ma questo secolo è un tempo di trasformazione.

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