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“Non sono nessuno”. Quei 17 giorni in carcere di Sophia Loren

Quando la diva finì dietro le sbarre a Caserta, tra i fiori delle detenute e la folla in delirio: cronaca di una lunghissima ingiustizia

“Non sono nessuno”. Quei 17 giorni in carcere di Sophia Loren
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È un irreale mercoledì di maggio del 1982. Il cielo sopra Caserta ha il colore del piombo, mentre l’aria si addensa di attesa. L’Italia, sospesa tra il rito del caffè e il batticuore dei Mondiali di Spagna, sta assistendo ad un cortocircuito che ha del cinematografico, eppure è cronaca pura che sfuma presto in leggenda popolare. La donna più ammirata del pianeta, l’incarnazione stessa della bellezza mediterranea, varca la soglia del carcere femminile. Sophia Loren, la Diva delle dive, entra in cella.

Ma come è potuto succedere? L’accusa è un macigno: evasione fiscale. Una serie di conteggi che per lo Stato non tornano affatto. E che fanno approdare ad una conclusione drammatica, personalmente e mediaticamente: la Loren deve andare in carcere per una presunta evasione fiscale di 922 milioni di lire.

Approssimandosi all’ingresso della struttura, Sophia consegna alla stampa una frase destinata a rimanere incisa nella memoria collettiva: Non sono nessuno”, sussurra. Lo dice con quegli occhi che hanno incantato Hollywood, mentre accetta quello strano destino con la dignità di una regina in esilio. È l’inizio di diciassette giorni completamente surreali. Come un fotoromanzo dentro al quale il rigore della legge si scioglie davanti alla potenza del mito.

L’accoglienza all’interno della struttura di Pozzuoli – trasferita temporaneamente a Caserta – ribalta infatti la strenua logica penitenziaria. Le mura grigie si colorano di petali. Le altre detenute, anziché ostilità, porgono fiori alla nuova compagna di sventura. Il carcere diventa un giardino improvvisato, una corte dei miracoli in cui la gerarchia del crimine si inchina alla nobiltà del talento. Fuori, le mura sono assediate da una marea umana: fan, curiosi, fedeli di un culto laico che chiedono giustizia per la loro santa protettrice.

Persino gli uomini in divisa appaiono meno rigidi. I secondini, vinti dal carisma della diva, dimenticano il regolamento e chiedono autografi, brandelli di carta che profumano di gloria in mezzo all’odore di muffa delle celle. È l’Italia dei paradossi: il potere s’illude di livellare il genio, ma ottiene l’effetto opposto. La prigione si trasforma in un tempio, mentre il mondo intero segue la vicenda col fiato sospeso. Sophia vive la sua reclusione con una disarmante grazia, trasformando la penitenza in una performance di resistenza morale. Fino a quando, dopo oltre due settimane, non viene deciso che sussistono tutte le condizioni per finirla qui. Per farla uscire.

La storia però è una giudice implacabile. Si affastellano gli anni, riparte la carriera, ma un lunghissimo dubbio permane. A scioglierlo, nel 2013, è soltanto la suprema Corte di Cassazione. Il fisco ha sbagliato i conti, lo Stato ha commesso un errore macroscopico, una svista farraginosa che ha macchiato la fedina penale di un monumento nazionale.

La sentenza arriva quando il tempo ha già trasformato quei diciassette giorni in un’epopea scolorita. È un risarcimento tardivo che ha retrogusto amaro della beffa, ma che ripristina la verità.

Eppure quel periodo in carcere ci ha consegnato il materiale per un film: una inarrivabile diva improvvisamente resa umana. La dignità con cui ha saputo fronteggiare il dramma. La grandezza umana di Sophia, prima ancora di quella artistica.

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