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Quel nudo rubato e la notte che inventò i Paparazzi

Roma, 1958: tra i seni nudi di Aïché Nana e il flash di Tazio Secchiaroli nasce il mito del fotografo d’assalto. Fellini sorride: è quello che cercava per La Dolce Vita

Quel nudo rubato e la notte che inventò i Paparazzi
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Fuori l’aria comincia decisamente a rinfrescarsi, ma all’interno l’atmosfera è già in lenta ebollizione. Nel quartiere di Trastevere si è appena radunata una comitiva elegante, che entra nel locale alla spicciolata, concedendosi ampie risate, tra un aperitivo al vino rosso e generose boccate di sigaretta. Il 5 novembre del 1958 potrebbe essere esattamente un giorno come qualsiasi altro, ma non è così che andranno le cose.

Al ristorante Il Rugantino - consumato covo di una élite di borghesi annoiati - si celebrano i ventiquattro anni della contessina Olghina di Robilant. È un baccanale, una recita di personaggi che vanno alla ricerca spasmodica di brividi tra cibo e battute salaci. Qualcuno eccede, alza il gomito, strilla e si dimena, ma comunque la serata scorre via fluida. Fino ad un certo punto.

All’improvviso, infatti, la temperatura sale. Aïché Nana, ballerina turco-armena munita di fascino magnetico - il corpo sinuoso e le movenze ipnotiche - decide che la musica dell’orchestrina chiamata per la ricorrenza necessita di una protagonista. Così inizia un balletto che scivola rapidamente verso l’imprevisto. I vestiti cadono. I freni inibitori iniziano ad allentarsi. Resta in biancheria intima, poi meno ancora, quindi quasi con più nulla addosso. Il selezionato pubblico - a quel punto - oscilla tra il piacere voyeuristico e il terrore del peccato mortale. Qualcuno, forse un benpensante rimasto ferito nel decoro o un invidioso escluso dal cerchio magico, decide che è troppo. Sgattaiola via dallo spettacolino, si attacca alla cornetta del telefono fisso e compone il numero della polizia.

Mentre le sirene della Celere già fendono l’aria in lontananza, nell’ombra del locale si muove un predatore di immagini. Con sé, a tracolla, ha un apparecchio che sputa luce bianca e violenta. È Tazio Secchiaroli, di professione fotografo. Prima che la polizia possa fare irruzione nel ristorante si mette a scattare. Così ritrae Aïché mentre è distesa a terra, mezza nuda, in pose alquanto compromettenti. Un gesto di sfrontatezza che sfida la morale democristiana dell’epoca. Quando gli agenti arrivano per sgomberare il tempio profanato, Secchiaroli è già un’ombra che corre via con il bottino nella borsa: la prova che la notte romana ha smarrito la sua presunta innocenza.

Il giorno dopo, l’Italia si sveglia scandalizzata e magnetizzata. Quelle scandalose foto vengono sbattute sui giornali, trasformando un episodio di cronaca mondana in un caso nazionale. A leggere quei quotidiani, con la curiosità di un entomologo che osserva una nuova specie di insetto, c’è anche Federico Fellini. Il Maestro sta rimuginando su un nuovo progetto cinematografico che dovrebbe chiamarsi La Dolce Vita. Cerca un’anima, un collante per quel mosaico di perdizione e vacuità. In quegli scatti rubati, nella figura di quel fotografo che fugge con la verità in tasca, il cineasta intravede il futuro.

Fellini ha un nuovo personaggio per il suo film, però gli serve un nome. Uno che non possa che rimanere incollato nella nella corteccia cerebrale degli spettatori. Lo trova casualmente sfogliando un libro di George Gissing, Sulla riva dello Ionio, dove compare un certo Coriolano Paparazzo. Il regista ne resta folgorato. Quello diventa il cognome che cerca, ma soprattutto assurge a neologismo universale. Nasce Paparazzo, l’ombra del divo, il parassita del glamour, l’occhio impietoso che non dorme mai.

Quella notte al Rugantino cambia ogni cosa. Il nudo rubato di Aïché Nana segna il confine tra il vecchio mondo del decoro e il nuovo ecosistema della visibilità a ogni costo. Secchiaroli, con il suo flash che squarcia il buio, inventa il fotogiornalismo d’assalto. E Fellini, da gran demiurgo, codifica tutto in mito.

Oggi, ogni volta che un obiettivo si insinua tra le pieghe di una vita privata, il fantasma di quella ballerina turca continua a danzare tra i tavoli di una Roma che non ha mai smesso di vivere liberamente, pur sapendo che ci sarà sempre qualcuno pronto a raccontare tutto.

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