È più di una nuova Corea: è una vergogna senza fine

Nascondete le lacrime perché non bastano. Questo è un cazzotto che ti lascia senza fiato. A casa: umiliati. Peggio della Francia, peggio di tutti. Oggi siamo i campioni dell’altro mondo. Mai così in basso, mai una figura così. La Corea del 1966 non sarà più la disfatta peggiore della nostra storia pallonara. Ultimi in un girone con Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda è l’impossibile che si materializza. Eccoci, in fondo alla nostra mortificazione. L’Italia che schiaffeggia l’Italia, il tracollo di chi quattro anni fa si prese il mondo e oggi lo regala agli altri: prendetevi quello che era nostro, noi non ce lo meritiamo. Sudafrica 2010 sarà l’obbrobrio senza fine del nostro calcio, un ricordo che ci porteremo appresso per generazioni, la fascia di lutto di un movimento sportivo che ci frega con le sue lusinghe e poi ci lascia senza niente.
Siamo già a casa, eliminati non dagli altri, ma da noi stessi. Siamo fuori con il carico della nostra mediocrità, della supponenza di chi era convinto di essere più bravo dei bravi, della sfacciataggine di chi ha sostenuto che prima di partire non ci fossimo dimenticati qualcuno o qualcosa. La personalità, il carattere, la voglia. Le gambe. L’errore di Pepe all’ultimo secondo è l’immagine del calcio italiano: inconsistente, psicologicamente instabile, modesto. La Nazionale è lo specchio di quello che il sistema pallone offre: un livello di decadenza direttamente proporzionale ai risultati degli ultimi anni. Perché dopo il Mondiale 2006, siamo andati in giro a raccattare sconfitte e brutte figure. Poi ecco il miracolo Inter: campione d’Europa, campione di tutto. Però che c’entra l’Italia? Mourinho e Moratti hanno giocato e vinto la finale senza neanche un italiano. L’Italia è questa che abbiamo visto: un gruppo che avrebbe potuto essere migliorato con Cassano, con Balotelli, con Totti, con Rossi, ma che per la gran parte sarebbe rimasto comunque questo. Il problema è che su 23 poi se ne scelgono 11 e allora qualcosa può cambiare: basta mettere dentro i migliori tra i mediocri per rendere meno sfacciata la nostra pochezza. Forse schierando i giocatori per condizione, capacità e voglia, invece che per convinzione e logica personale ce l’avrebbe fatta a passare il turno anche un’Italia scadente come questa. Di fronte aveva Slovacchia, Nuova Zelanda e Paraguay. Il girone più facile del Mondiale. Uscire con l’Olanda agli ottavi di finale sarebbe stato dignitoso, farlo così è indecoroso. Perché ci credevamo anche sotto uno a zero: con la fortuna, con un golletto, con un errore degli altri, ci saremmo qualificati. Ci sperava un Paese che non credeva di essere messo così male su un campo da calcio. L’abbiamo scoperto davanti alla tv e c’è venuta voglia di sotterrarci.
Tra l’onta e lo sfregio, l’Italia oggi è un sentimento spiacevole. Reclameranno un gol annullato che forse era regolare, un tiro che forse aveva superato la linea. Lasciamo cadere ogni recriminazione, ragioniamo su noi stessi e non sugli errori degli altri. Siamo piccoli piccoli. Siamo inadeguati. Lippi si prende le responsabilità che fanno parte del suo ruolo. «È colpa mia», dice. È il modo migliore per non farsi chiedere nulla. Così paradossalmente esce meno bastonato lui oggi di quanto successe a Sacchi nel 1994: perse ai rigori in finale contro il Brasile e fu massacrato. Allora oggi è colpa nostra, anche. Troppo morbidi, troppo indulgenti: mai abbastanza critici nonostante la pochezza devastante. Troppo pudore nei confronti del ct, come se in fondo fossimo noi a dovergli qualcosa. Troppa clemenza con i giocatori vittime delle loro paure e delle loro carenze di personalità.
È stato un rapporto sbilanciato, dove l’Italia ha fatto la figura del comprimario rispetto alla Nazionale. Ma perché? Ci avevano chiesto fiducia prima del Mondiale. Gliel’abbiamo data per tifo, per passione, per appartenenza. C’è quel retrogusto sgradevole dell’amarezza, adesso. Ci resta addosso. Dà fastidio. Annichilisce l’orgoglio: Lippi e i giocatori si sono preoccupati di chi avrebbe tifato contro. I delusi sono gli altri: quelli che ci credevano. Si pensa sempre ai nemici, però perdere gli amici è peggio. È la fine. Oggi Lippi e i giocatori non hanno amici. Non è una sconfitta normale: calpesta le aspettative di un Paese che nel calcio non vede solo un pallone che rotola. Sbagliato? È così anche quando si vince. Abbiamo perso partita, qualificazione, futuro. Questo non passa facilmente, questo ci resterà dentro.

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