Ma Di Pietro resta incivile

Ormai è chiaro, con il leader dell'Idv non si riesce a dialogare. Se non crede alla democrazia, allora esca dal Parlamento. Di Pietro sa solo soffiare sul fuoco: "tifa" per il terremoto e denigra l'Italia all'estero

Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto sono ben strani anche loro: il capo dello Stato aveva appena invitato a un clima più disteso e civile, ieri, e dopo neanche un secondo avevano già dichiarato che il problema è solo dell’opposizione, chiusa lì, come se l’attribuzione all’altro di tutte le colpe fosse un possibile preludio a qualsiasi forma di dialogo. Dall’altra parte, per fermarsi alle persone che contano qualcosa, il senatore del Pd Nicola La Torre intanto faceva la stessa identica cosa: spiegava che l’appello di Napolitano riguardava solo la maggioranza di governo e insomma daccapo, pari patta.

Ora: è quasi un’offesa all’intelligenza dover ricordare che certe posture fanno parte del problema e non della soluzione, ed è pura pedagogia politica dover ribadire che certe cose non andrebbero dette neppure se le si pensasse davvero: questo sempre che il dialogo interessi sul serio, ovvio, perché se non interessa basta dirlo e si saprà come continuare a chiamare le dichiarazioni che destra e sinistra si scambiano a centinaia ogni giorno: propaganda. E pure noiosa.

Non stupirà, dato il clima, se intanto andassimo a farci un bagno. L’importanza del pulpito, per il resto, non rende meno sfibrato un auspicio che è sempre lo stesso ormai da quindici anni: che le riforme necessarie al Paese siano ampiamente condivise, ossia, e che la cattiva congiuntura economica renda preziosa un’ampia unità d’intenti. Parole ormai recitate a memoria: c’è qualcuno che non le avrebbe sapute dire? C’è qualcuno che non se ne ricordava? Ecco perché resta una sola cosa da fare, dopo tutti questi anni: la conta di chi sia realmente interessato e chi no, da una parte, e un censimento definitivo, in parallelo, di chi gioca soltanto al tanto peggio-tanto meglio e manderebbe il malora il Paese per mezzo voto. Il presidente della Repubblica l’ha detto: una contrapposizione politica meno cruenta non significa rinunciare a tener ferme le proprie posizioni. Il che significa, visto di spalle, che se l’ampia condivisione non fosse ampia, be’, le riforme qualcuno cercherà di farle lo stesso, e questo per la semplice ragione che è titolato a farlo.

Si vuole riconoscere questo diritto? O si vuole auspicare il dialogo e gridare al golpe se il dialogo non riesce? La divisione non è più tra maggioranza e opposizione, nell’anno di grazia 2009: l’autentico e vero arco costituzionale, oggi, divide chi crede che il Parlamento sia legittimato e chi invece no; divide chi crede che il Paese un Parlamento bene o male ce l’abbia - magari con una affievolita centralità: mi ci metto anch’io - e chi invece parla di dittatura; divide chi pensa che sia comunque una democrazia, la nostra, e chi invita semplicemente a non crederci, perché è tutto un inganno, una cospirazione, una corruzione.

Non si tratta di compilare pagelline: non abbiamo ancora fatto un solo nome ma è come se i profili si fossero stagliati da soli. Chi rema contro il dialogo sta a destra come a sinistra, chi più e chi meno, può essere: ma sicuramente non è il centrodestra a essersi imparentato con un personaggio squallido come Di Pietro alle scorse elezioni, tra l’altro senza segni di apparente resipiscenza. Non è il centrodestra ad aver ammiccato, pur a singhiozzo, a vittorie elettorali basate sul plagio e sulla corruzione delle menti. Meglio essere estremamente chiari, dunque: liberarsi di ogni ambiguità nei confronti di uno squallido parente non è soltanto il requisito minimo per ogni dialogo, occorre riconoscere una volta per tutte che Antonio Di Pietro non è più un interlocutore politico a prescindere.

La politica di Grillo & di governo è finita, e il Pd, nel caso, ha da chiarire ogni ambiguità: non c’è neppure da parlare con chi soffia su ogni fuoco, tifa terremoto, sputtana il Paese, cerca di rendere permanente ogni conflitto ergendosi a grande gendarme, a presidio antidemocratico: vada fuori dal Parlamento, se proprio non ci crede. Antonio Di Pietro, dopo aver associato un uomo votato da più di metà del Paese a Hitler e all’antisemitismo, e poi a Dracula, a Videla e a Nerone, là fuori qualcuno disposto a prenderlo a calci nel sedere lo trova di sicuro.

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