Di Pietro riabilita il Duce e Saddam

PERICOLOSO Chi parla a vanvera di dittatura offende i martiri di tutti i regimi non democratici

Di Pietro riabilita il Duce e Saddam

La realtà, ormai, è evaporata del tutto. È come vivere in qualche strano metamondo, come in Second Life o qualcosa di simile. Questa stagione politica è un registratore impazzito, dove escono personaggi e maschere come in un teatro dei pupi, evocati come demoni. Saddam, Hitler, Ceausescu, Mussolini, Darth Vader, manca solo «colui che non si può nominare», il signore oscuro di Harry Potter. Poi ci sono tutti. Obiettivo: raccontare che Berlusconi è un dittatore.
Questa, davvero, è una strana politica. È la vittoria culturale di Antonio Di Pietro, la strategia che ha conquistato tutti gli spazi dell’opposizione. Lo conferma anche lui. A Vasto, mentre apre la festa dell’Idv, Di Pietro lancia la sua ultima profezia: «Presto ci sarà l’implosione di Berlusconi, che cadrà come Saddam Hussein». Se queste sono le premesse, allora tutto è possibile. Le manifestazioni per difendere la libertà di stampa, questo strano clima da guerra civile di parole sempre più pesanti, il globo che ci guarda e non capisce, i giornali inglesi e spagnoli che ci sguazzano, gli appelli su Facebook, la cinica ironia di chi brinda alla morte di sei ragazzi in Afghanistan. Tutto.
È la religione giacobina che vince e deforma. L’ex magistrato parla da tribuno e spiega la sua visione del mondo: «Gli italiani sono fortunati perché Berlusconi non ha il fisico e la forza di Hitler. C’è un regime e ormai non lo dico solo io, come nell’autunno scorso a piazza Navona. Allora tutti mi davano del pazzo, anche nel Pd. Vedete? Ora D’Alema si è dipietrizzato di nuovo, se posso metterla così. E mi ha detto che Berlusconi è un pericolo per la democrazia».
Qualcuno dirà che queste sono le normali parole della politica. Si affonda, caricando a salve. È un gioco pirotecnico. Non è così. È molto più pericoloso. Qui si manda in frantumi la realtà, si azzerano le proporzioni. Pensate a un ragazzo di sedici anni, che si sente dire tutti i giorni: «qui c’è un regime, c’è una dittatura». Ma come, questo governo è stato liberamente scelto dagli italiani? Non conta. Non conta più nulla. Il ragazzo penserà che il fascismo era come questa Italia, come una barzelletta, con storie di escort e paparazzi.
Questa Italia avrà molti difetti, ma non ha bisogno di ciclostili e partigiani. Il fascismo, hanno raccontato a quelli che non c’erano, era una dittatura. Era un Paese senza elezioni. Era il 1921 delle squadracce, manganelli e olio di ricino, ex arditi e caccia ai sovversivi. Era l’Avanti! che brucia a Milano, i ras di provincia e la marcia su Roma. Era l’Italia dei gerarchi e lo Stato di polizia. Era l’aula sorda e grigia, Matteotti rapito sul lungotevere e massacrato di botte, il cranio spaccato dei Rosselli e di Gobetti. Era anche Gramsci in carcere. In carcere, per vent’anni, non in televisione. Come i finti martiri, come i Santoro e i Travaglio. Era la guerra e spezzeremo le reni alla Grecia. Era le tessere annonarie. Era il ghetto di Roma e Salò. Era piazza Venezia e piazzale Loreto. Questo ci hanno tramandato. Questo era il fascismo.
Poi arrivano Di Pietro e i suoi intellettuali e ti parlano di dittatura. Quell’Italia non è questa. Se Berlusconi perde va a casa. Se vince qualcuno gli ha dato fiducia. Se non ti piace questo governo - come non te ne sono piaciuti altri - ti lamenti, protesti, vai in piazza, parli con i tassisti e dici: così non si può andare avanti. Ed è per questo che la memoria corta dei «finti partigiani» fa danni. Non a Berlusconi, ma alla storia. Forse non se ne rendono conto, ma le loro equazioni sono la più radicale forma di revisionismo del passato. Quelli che hanno vissuto il fascismo sono ormai una minoranza. Spacciare quest’Italia come un remake del Ventennio è il miglior favore che si possa fare alla memoria del fascismo. È un paragone che riabilita tutte le dittature. È questo il marcio delle equazioni di Di Pietro. Chiedete a Gramsci se avrebbe preferito combattere Berlusconi in Parlamento o Mussolini in carcere.
Chi parla a vanvera di dittatura offende i martiri di tutti i totalitarismi e dei regimi non democratici: quelli di Hitler e di Pol Pot, di Stalin e della Spagna di Franco, di Tito, del fascismo, del Portogallo di Salazar, un’offesa ai desaparecidos argentini, agli studenti cinesi, ai vietnamiti e ai coreani, alle vittime cilene e di tutte le teocrazie islamiche o non islamiche, ai martiri di Cuba e di tutti i Paesi del Sud-America, dell’Asia o dell’Africa dove la libertà è morta. Alcuni fra questi erano poeti, commediografi, romanzieri. E hanno narrato e raccontato, con l’ombra di madama morte alle spalle, il senso del terrore.
E risparmiatevi la scappatoia della «dittatura light». La dittatura non è mai leggera. È dittatura. E ora andate pure in piazza.