Al terzo posto del podio dei peggiori, questa settimana, troviamo Greta Thunberg. L'attivista green, fresca di riconversione al movimento pro Pal, ha fatto sapere che lascerà il suo Paese, la Svezia, perché non si sente più al sicuro. "Il mio piano - ha spiegato - è di vivere con uno zaino e dormire sul pavimento delle cucine di amici". Chissà perché sul pavimento della cucina e non sul divano? Il "grande" annuncio, ad ogni modo, è stato fatto in occasione dell'uscita del documentario sul movimento Fridays for Future. Titolo: Gli scioperanti. "Il film racconta come siamo passati dall'essere sostenuti dalla società all'essere bollati come terroristi", ha spiegato la Thunberg. "Si sta diffondendo un'ondata fascista estremamente ostile". E allora: chi siamo noi per metterle i bastoni tra le ruote? Il nostro pensiero va, però, a chi per un giaciglio su cui dormire si spacca quotidianamente la schiena e non possono permettere certe scelte naïf. Auguriamo comunque a Greta di non finire in cucine dove si aggirano preistorici mangiatori di carne. O, peggio ancora, in case dove ci sono residui tossici di partiarcato machista dove le faccende di casa sono solo cose da donne.
Al secondo posto c'è il fronte progressista in brodo di giuggiole per la sconfitta di Viktor Orbàn alle elezioni in Ungheria. Sono a tal punto accecati dall'ideologia da finire in un cortocircuito senza precedenti e gioire per il trionfo di un candidato... del centrodestra. In Europa, se non se ne fossero accorti, il partito del neo premier Magyar Tisza è nel Ppe. E il programma che lo ha portato alla vittoria è chiaramente conservatore: "tolleranza zero nei confronti dell’immigrazione clandestina", "rafforzamento della protezione delle frontiere" e "rifiuto delle quote migratorie dell'Unione Europea". E, mentre i soloni della sinistra nostrana stappavano bottiglie di spumante, Magyar ha apertamente lodato Giorgia Meloni. "Vorrei incontrarla di persona - ha detto - ha ottenuto grandi risultati partendo da condizioni difficili. Sta facendo un ottimo lavoro". Che doccia gelata per la sinistra del campo largo. La stessa che per anni ci ha raccontato che l’Ungheria era diventata un regime illiberale e che Orban era un dittatore. Ma si è mai visto un dittatore ammettere la propria sconfitta e poi mettersi a disposizione del proprio Paese sedendo ai banchi dell’opposizione? Ancora una volta la narrazione della sinistra si schianta contro il muro della realtà.
Al primo posto troviamo il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che questa volta sbaglia proprio mira. Già impegnato sul fronte iraniano nella sacrosanta guerra agli ayatollah, ha aperto nuovi fronti bombardando (a parole) il Vaticano prima e Palazzo Chigi poi. Non solo ha criticato Leone XIV con toni e aggettivi eccessivi del tutto fuori luogo ma poi si è persino messo ad attaccare Giorgia Meloni quando è scesa in campo per difendere l'impegno incessante del Santo Padre nel contrastare ogni forma di guerra. Che Trump non conosca l'arte della diplomazia è cosa ormai nota. Ma usare certe parole contro il Papa è davvero troppo anche per lui. E prima di attaccare l'Italia avrebbe dovuto pensarci su due volte. Dovrebbe, infatti, sapere che le critiche vanno sempre accettate, soprattutto se vengono da un leader alleato.
In questa brutta pagina di politica internazionale, oltre a Trump, anche la sinistra nostrana non ne esce bene. Dopo anni a dire che il governo è succube di Washington, i campo-larghisti incassano una lezione dalla Meloni che ancora una volta si è schierata per difendere l'Italia e gli italiani.