Politica economica

Berlino congela le spese: oltre allo stop al piano green aiuti alle imprese in bilico. E l’economia rischia grosso

Il ministro Lindner vuole evitare nuove bocciature. Ed estende le limitazioni a tutto il bilancio federale. Ora finiscono sulla graticola anche i 200 miliardi previsti per mitigare i costi energetici in bolletta

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«Kaputt!». A Berlino va in scena la rottamazione di quasi l’intero bilancio 2023, una sorta di autodafé dove sulla pira finiscono le spese miliardarie stanziate per ossigenare l’economia asfittica e per rendere il Paese più moderno e meno inquinato. La sentenza con cui la Corte costituzionale tedesca ha di fatto cancellato 60 miliardi di euro di spesa pubblica, ritenendo illegittimo lo spostamento delle risorse inutilizzate del fondo anti-Covid al fondo per la trasformazione e il clima (Ktf), non solo ha smascherato i «magheggi» contabili della Germania, ma ha anche messo il governo di Olaf Scholz con le spalle al muro. Troppo alto il rischio di incassare altri verdetti sull’aperta violazione della legge del 2009, quella che impone un aumento annuo del debito pubblico non oltre lo 0,35% del Pil (se non in casi eccezionali) e che, in accoppiata con lo «Schwarze Null» (zero deficit), costituisce il primo pilastro della retorica con cui i tedeschi impartiscono lezioni di rigorismo all’interno di Eurolandia.

Così, il ministero delle Finanze presidiato da Chistian Lindner ha preferito agire, d’anticipo e d’imperio, con il congelamento delle spese previste. «Al fine di evitare ulteriori oneri pregressi per i futuri esercizi finanziari, intendo bloccare con effetto immediato tutte le autorizzazioni d’impegno previste nei piani individuali da 4 a 17 e da 23 a 60 del bilancio federale 2023 ancora disponibili». Dietro alla prosa burocratica, il certificato di morte per i 200 miliardi che dovevano servire a stabilizzare l’economia, e in particolare a dar sollievo fino al 31 marzo 2024 a famiglie e imprese grazie alle misure per calmierare i prezzi di luce e gas.

In freezer finisce ovviamente anche il Ktf, il fiore (appassito) all’occhiello con cui Scholz e Verdi intendevano traghettare la Germania nell’isola felix della decarbonizzazione e della digitalizzazione. Invece, tutto fermo. Ma non solo. La mannaia di Lindner calerà anche altrove, poiché le toghe rosse di Karlsruhe potrebbero imporre di contabilizzare come debito anche i 770 miliardi di fondi stanziati da Berlino negli ultimi anni.

Lo stop inferto alle misure di stimolo non sarà tuttavia esente da ricadute. In prima battuta sul piano politico, nel momento in cui la coalizione “semaforo”, composta da socialdemocratici, Verdi e liberali, è uscita con le ossa rotte dagli appuntamenti elettorali negli Stati federati di Assia e Baviera e mentre, più in generale, il governo soffre di un pesante calo di consensi. Se già la decisione della Consulta tedesca aveva fatto crescere le tensioni in seno alla maggioranza, la svolta austera e autoritaria di Lindner potrebbe provocare nuove frizioni con il partito ecologista di Annalena Baerbock, favorevole a un aumento della spesa.

La seconda conseguenza è legata a un prevedibile peggioramento congiunturale, destinato a trascinarsi anche nel 2024 senza che sia possibile eliminare tutte le tossine recessive accumulate quest’anno (-0,4% il Pil in base alle stime governative). A maggior ragione se la Bce non cambierà presto rotta sui tassi.

Il congelamento del bilancio tedesco va però anche letto in un’altra chiave, non proprio favorevole per l’Italia. Rimessa in ordine «Casa Germania» come un «Mister Wolf» di stampo teutonico, Lindner potrà esibire una fedina contabile immacolata per imporre le pulizie anche in casa degli altri. Difficilmente si mostrerà accomodante sulla riscrittura delle regole del Patto di stabilità. Anzi: c’è solo da sperare che tutto si risolva senza uno spargimento di sangue in stile «Pulp Fiction».

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