Questa settimana sarà cruciale per sapere se l'Italia uscirà davvero dalla procedura per deficit eccessivo che l'Unione europea ha in corso a suo carico. Entro mercoledì, infatti, l'Istat dovrebbe notificare il dato consolidato sull'indebitamento del 2025, con il nostro Paese che dovrà poi inviare il Documento di finanza pubblica a Bruxelles entro il 30 aprile. Se il dato sul deficit dovesse essere vicino al 3%, le possibilità che la Commissione europea promuova Roma portandola fuori dalla procedura sarebbero molto elevate. Viceversa, se il deficit dovesse attestarsi oltre il 3,05%, come emerso dalle stime preliminari, allora la strada sarebbe in salita. In ambienti di governo in queste ore sta prevalendo il pessimismo, dopo che nelle settimane precedenti c'era stato anche spazio per un cauto ottimismo. Non a caso il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, in Senato, commentando i dati economici del Paese, aveva detto di «credere nei miracoli» e che «guardando al passato osservo che non sono certo sporadici i casi in cui le periodiche e pessimistiche previsioni» sono state «superate dai dati». La speranza è che sia così anche stavolta, ma all'orizzonte non ci sarebbero buone notizie. Il team dell'Istat che si sta occupando della pratica, nonostante il pressing del presidente Francesco Maria Chelli, sta denotando un grado di intransigenza incompensibile, visto che si tratta di minuzie contabili che non conteggiano dovutamente alcune poste: in breve, l'Italia dovrebbe rimanere in procedura d'infrazione Ue per una questione di pochi milioni di euro, non miliardi, milioni. Con la possibilità concreta che a settembre il dato definitivo porti il deficit al 3%, ma a quel punto sarebbe troppo tardi. Uscire o non uscire dalla procedura fa una differenza enorme: significa poter accedere a flessibilità maggiori di spesa, aspetto di non secondaria importanza in un periodo di grandi spese dalla difesa, all'energia, passando per un'economia da sostenere. Senza dimenticare che la prossima manovra di bilancio sarà l'ultima prima delle elezioni. Se promossa, l'Italia incasserebbe un grande risultato d'immagine, che si tradurrebbe sui mercati in miliardi - non milioni - di interessi in meno da pagere. Non uscire dalla procedura sporcherebbe le tappe di un percorso virtuoso. Nel cuore della crisi pandemica, l'indebitamento italiano rispetto al Pil nel 2020 raggiunse il 9,4%. Il governo guidato da Giuseppe Conte prima e quello da Mario Draghi poi hanno potuto godere della sospensione dei vincoli di bilancio dell'Ue, vale a dire che per fare ripartire l'economia si poteva fare debito più o meno a piacimento. Risalgono a quell'epoca alcune delle più dispendiose misure per lo meno della storia repubblicana recente, come il Superbonus al 110% che è costato alle casse pubbliche circa 130 miliardi. Nel 2024, dopo la riforma, i paletti di Bruxelles sono tornati ed è spettato al governo Meloni un difficoltoso percorso di rientro per portare fuori il Paese dalla procedura Ue. Un processo fin qui eseguito senza grandi intoppi, come evidenzia il centro studi di Unimpresa secondo il quale «l'Italia ha realizzato negli ultimi cinque anni uno dei più significativi percorsi di risanamento della finanza pubblica in Europa», con una correzione complessiva di 6,4 punti percentuali. Più della media dell'Eurozona, a quota 3,7 punti percentuali. E con un tasso di indebitamento inferiore rispetto alla media dell'area (-3,2/-3,3%).
Il miglioramento è stato sostenuto da una forte crescita delle entrate tributarie, salite oltre i 580 miliardi, e dalla fine delle misure emergenziali legate alla pandemia.
Resta tuttavia il nodo del debito pubblico, ancora elevato al 136%-137% del pil, e soprattutto l'aumento della spesa per interessi, che nel 2025 ha sfiorato gli 85 miliardi nonostante lo spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi lo scorso venerdì abbia chiuso a 72 punti base a uno dei picchi più bassi raggiunti dopo la crisi della Lehman Brothers.