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Dfp, la Corte dei Conti torna a fare opposizione

Nell’audizione sul Documento di finanza pubblica i magistrati contabili insistono sul quadro critico del debito, pur riconoscendo realismo e prudenza dell’impianto di Giorgetti. Ma più che una bocciatura tecnica, sembra l’ennesima lettura politica di chi non ha digerito la riforma che ne ha ridimensionato il potere

Foto d'archivio
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L’audizione della Corte dei Conti sul Documento di finanza pubblica conferma una linea ormai prevedibile: ogni occasione utile diventa terreno per sottolineare criticità, incertezze e rischi, anche quando il quadro generale viene definito dalla stessa magistratura contabile “improntato a realismo e prudenza”. Una postura che, più che sorprendere, riflette il clima apertosi dopo la riforma voluta dal governo, che ha limitato parte della sfera di intervento della Corte e ridefinito responsabilità e controlli.

I magistrati contabili osservano che sulle prospettive del rapporto debito/Pil il Dfp “sembra descrivere con realismo un quadro che dal Psb 2024 pare sensibilmente deteriorato” e che per il triennio 2025-2027 “non sembrerebbe rassicurante”. Un passaggio che enfatizza il peggioramento dell’indicatore, pur in presenza di fattori straordinari già noti, come l’eredità del Superbonus, e di una crescita economica condizionata da uno scenario internazionale fragile. Eppure, nella stessa relazione, la Corte riconosce che “la prospettiva descritta nel Dfp di una curva che torna a scendere a partire dal 2027 va apprezzata positivamente”. In sostanza: il governo viene richiamato per i problemi, ma gli si riconosce la credibilità del percorso di rientro. Una doppiezza che lascia trasparire più severità politica che reale dissenso tecnico.

Il ministro Giancarlo Giorgetti ha costruito il Dfp proprio sulla prudenza, evitando fughe propagandistiche e ancorando la programmazione alla complessità del contesto globale, tra tensioni energetiche, instabilità geopolitica e crescita rallentata. Non a caso, la Corte stessa ammette che il consuntivo 2025 ha evidenziato un deficit al 3,1%, inferiore rispetto al 3,3% previsto nel Piano strutturale di bilancio, “a testimonianza di un rientro dei conti più accelerato del previsto”. Difficile trasformare questo dato in una bocciatura, se non attraverso una narrazione sistematicamente orientata al pessimismo.

Il vero nodo resta politico. Dopo l’inaugurazione dell’anno giudiziario, dove il presidente Guido Carlino aveva già contestato frontalmente scudo erariale, semplificazioni amministrative e riforma Foti, anche questa audizione conferma una tendenza: la Corte sembra voler interpretare il proprio ruolo non solo come organo di verifica, ma come interlocutore critico stabile dell’indirizzo economico dell’esecutivo. È legittimo, ma significativo. Soprattutto quando il Parlamento ha scelto di ridefinire alcuni meccanismi che negli anni avevano trasformato il controllo in potenziale freno alla decisione.

Naturalmente il quadro di finanza pubblica resta complesso e nessuno lo nega. La Corte richiama la necessità di “mantenere il controllo sui conti pubblici” e di una “più attenta selezione degli interventi”, specie se lo scenario energetico dovesse peggiorare. Ma è esattamente ciò che il governo sta già facendo: selezione delle priorità, rigore, protezione di famiglie e imprese, compatibilmente con margini fiscali ridotti. In altre parole, la linea di Giorgetti coincide in larga parte con la stessa impostazione prudenziale che la Corte formalmente invoca.

Il risultato è che, ancora una volta, la magistratura contabile sembra indulgere in una rappresentazione più cupa che sostanzialmente divergente, quasi a voler ribadire un ruolo politico di sorveglianza su un governo che ha osato ridefinirne il perimetro. Ma i numeri, almeno per ora, raccontano una realtà meno drammatica: deficit in calo più rapido del previsto, saldo primario positivo e una traiettoria del debito che, pur faticosamente, punta alla discesa.

Più che una catastrofe annunciata, la fotografia è quella di una navigazione prudente in acque difficili. E forse è proprio questa normalizzazione, più che i conti in sé, a risultare indigesta a chi aveva fatto del rigore formale una forma di potere sostanziale.

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