No al Ponte sullo Stretto, no al rigassificatore di Piombino, no al termovalorizzatore di Roma, no al rigassificatore di Taranto. La linea del WWF appare di una coerenza granitica: opporsi, sempre e comunque, alle infrastrutture considerate strategiche per lo sviluppo del Paese. Un'associazione che è stata, per prestigio internazionale, un punto di riferimento nel dibattito ambientale, oggi sembra scivolare verso un riflesso condizionato del diniego. Secondo il WWF, l'impianto di Taranto sarebbe «inutile dal punto di vista energetico, dannoso sul piano ambientale e profondamente sbagliato su quello politico e industriale», soprattutto per un territorio fragile e già segnato. Eppure è proprio quel territorio che tenta di rialzarsi, legando una parte rilevante del proprio destino occupazionale alla ripartenza dell'ex Ilva. Ignorare il nesso tra sicurezza energetica, continuità produttiva e lavoro significa rimuovere un pezzo decisivo della realtà. L'associazione sostiene che il progetto non sia strategico per la sicurezza nazionale, poiché i consumi di gas sarebbero in forte calo. Ma la sicurezza energetica non si misura solo sui consumi correnti: si fonda sulla diversificazione delle fonti, sulla resilienza del sistema e sulla capacità di assorbire shock esterni. I picchi oltre 300 euro per megawattora toccati nel 2022 non sono stati un'allucinazione, bensì il prezzo pagato per una dipendenza eccessiva e per infrastrutture insufficienti.
Mettere in discussione anche gli impianti di Piombino e Ravenna, che hanno contribuito a superare l'emergenza, equivale a negare l'evidenza dei fatti. Il dissenso è legittimo, anzi necessario in una democrazia. Ma quando si traduce in una sistematica negazione delle infrastrutture abilitanti, rischia di trasformarsi in postura ideologica.