L'ufficio del procuratore distrettuale di Columbia ha aperto un'indagine penale sul presidente della Federal Reserve, Jerome Powell. Al centro, la ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari della sede della Fed a Washington e il sospetto che Powell abbia mentito al Congresso sulla portata del progetto. A rivelarlo è stato il New York Times, aggiungendo che l'inchiesta è stata approvata a novembre da Jeanine Pirro, storica alleata di Donald Trump, nominata a capo dell'ufficio l'anno scorso. Aumenta, dunque, la campagna di pressione per convincere il capo della banca centrale Usa a dimettersi prima della scadenza del suo mandato a maggio.
Ma Powell ha subito risposto alla spallata. E lo ha fatto in due mosse: la prima, assumendo come consulente esterno Williams & Connolly, uno dei principali studi legali di Washington. La seconda, assai più incisiva mediaticamente, con un video diffuso domenica in cui definisce l'inchiesta un «pretesto» per alzare ulteriormente il livello dello scontro non nuovo con l'amministrazione Trump sui tassi di interesse. «La minaccia di accuse penali è una conseguenza del fatto che la Federal Reserve fissa i tassi sulla base della nostra valutazione di ciò che è nell'interesse pubblico, piuttosto che seguire le preferenze del presidente», ha dichiarato Powell. Nel suo videomessaggio ha poi evidenziato che «questa nuova minaccia non riguarda la mia testimonianza dello scorso giugno o la ristrutturazione degli edifici della Federal Reserve. E non riguarda il ruolo di supervisione del Congresso» perché «la Fed, attraverso testimonianze e altre dichiarazioni pubbliche ha fatto ogni sforzo per tenere il Congresso informato riguardo al progetto di ristrutturazione e ai suoi costi». Insomma, Powell ha fatto capire che non si lascerà intimidire, il che significa che, per ora, la politica dei tassi di interesse non dovrebbe cambiare.
A sostenerlo sono arrivati tutti gli ex presidenti della Federal Reserve, segretari al Tesoro: «La presunta inchiesta penale è un tentativo senza precedenti di utilizzare azioni giudiziarie per minare l'indipendenza» della banca centrale, si legge in una dichiarazione sostenuta da oltre una dozzina di firmatari tra cui figurano Ben Bernanke, Janet Yellen e Alan Greenspan, insieme agli ex segretari al Tesoro Henry Paulson, Timothy Geithner e Jacob Lew, nonché altri economisti di spicco. Questo approccio «non indipendente» è quello con cui «si attua la politica monetaria nei mercati emergenti con istituzioni deboli, con conseguenze altamente negative sull'inflazione e sul funzionamento delle loro economie in generale». Ma questo approccio «non ha posto negli Stati Uniti, il cui punto di forza maggiore è lo stato di diritto, che è alla base del nostro successo economico».
Per ora Trump si è limitato a negare di essere a conoscenza dell'indagine («Non ne so nulla, ma di certo non è molto bravo alla Fed, e non è molto bravo a costruire edifici», ha detto). Intanto, questa settimana il presidente americano avrà un colloquio con Rick Rieder, chief investment officer di Global Income di BlackRock, come candidato al posto di Powell. In ballo ci sono anche Kevin Warsh, Kevin Hassett e Christopher Waller. Di certo, l'indagine è anche un messaggio per chiunque guiderà la banca centrale: se dovesse fissare tassi di interesse contrari ai desideri di Trump, può aspettarsi lo stesso trattamento riservato a Powell.
Chi rischierebbe di essere perseguito penalmente per svolgere il suo compito?Nel frattempo, sullo sfondo, ci sono le reazioni del mercato: a Wall Street gli indici hanno aperto in leggero calo, il dollaro si è indebolito e l'oro ha fatto segnare un nuovo record sopra quota 4.600 dollari.