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Leo: "Non ci sarà manovra correttiva"

Il viceministro: "Abbiamo abbassato le tasse". E Landini rilancia la patrimoniale

 Leo: "Non ci sarà manovra correttiva"
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Il governo non cambia strategia sui conti pubblici, rivendica il calo del deficit e respinge qualsiasi ipotesi di manovra correttiva. Dall'altra parte la sinistra sindacale torna a battere il tasto della patrimoniale, rilanciando l'idea di un maxiprelievo sui patrimoni privati per finanziare sanità e welfare. Due visioni opposte dell'economia che fotografano bene il clima politico più recente.

Il viceministro dell'Economia Maurizio Leo ieri da Assisi ha escluso nuovi interventi sui conti. «Di correttivi alla manovra non se ne parla», ha dichiarato. Una linea coerente con quella del ministro Giancarlo Giorgetti, impegnato a difendere la credibilità finanziaria del Paese in una fase delicata segnata dalle tensioni internazionali e dall'impennata dei costi energetici. Il Tesoro, infatti, continua a puntare sulla prudenza, sulla ricerca di margini di flessibilità europea e soprattutto sulla tenuta dei saldi. Tanto più che giovedì prossimo la Commissione Ue presenterà le stime di primavera e si prevede una revisione al ribasso di tutti i fondamentali a causa della crisi energetica (il Pil italiano era visto a +0,8% sia quest'anno che il prossimo).

Leo ha rivendicato i risultati raggiunti. «Abbiamo fatto uno sforzo enorme perché siamo passati da un rapporto deficit/Pil dell'8,1%, nel momento in cui il governo si è insediato, al 3,1%». Numeri che, secondo il viceministro, dimostrano come l'esecutivo stia «tenendo sotto controllo i conti pubblici». Non solo. Leo ha ricordato «i risultati importanti sul versante dello spread e del riconoscimento da parte delle agenzie di rating», segnali che «stanno dando un messaggio forte a tutto il mondo dell'economia, non solo nazionale ma internazionale». Il riferimento è anche alla decisione di Standard & Poor's di migliorare l'outlook sull'Italia, confermando il rating BBB+ e premiando la linea di rigore di Giorgetti.

Il viceministro ha poi respinto le accuse di aver aumentato la pressione fiscale. «Il governo non ha alzato le tasse, anzi le ha ridotte; il vero nodo oggi è la crescita economica», ha spiegato. Le maggiori entrate, ha insistito, «sono arrivate grazie alla lotta all'evasione». Il problema, semmai, è che «non abbiamo una crescita molto pronunciata» e quindi bisogna «intervenire sul versante dell'innovazione».

Parole che marcano una distanza siderale rispetto alla ricetta rilanciata ancora una volta dal leader della Cgil Maurizio Landini. Il segretario è tornato infatti a chiedere di «tassare i grandi patrimoni e le grandi ricchezze»

per finanziare la sanità pubblica e nuove assunzioni. Dietro lo slogan del «contributo di solidarietà» rilanciato dalla Cgil si nasconde in realtà una patrimoniale da circa 26 miliardi l'anno, costruita attorno a un prelievo dell'1-1,3% sui patrimoni superiori ai 2 milioni di euro e rivolta, secondo il sindacato, a circa 500mila contribuenti, cioè l'1% più ricco degli italiani. Accanto alla proposta della Cgil si muove poi anche la campagna di iniziativa popolare 1% Equo, sostenuta dall'area della sinistra radicale, che immagina un impianto ancora più aggressivo: aliquote progressive fino al 3,5% sui grandi patrimoni e una revisione della tassa di successione, con un gettito stimato in oltre 70 miliardi annui.

Il problema è che esperimenti del genere hanno già mostrato effetti devastanti. Londra sta pagando l'esodo di contribuenti facoltosi dopo la stretta di Starmer. New York vive un fenomeno analogo dopo l'insediamento del radicale Mamdani.

Pensare di colpire in modo così aggressivo la ricchezza privata in Italia, Paese che già soffre di crescita debole e pressione fiscale elevata, accelererebbe semplicemente la fuga dei capitali e dei contribuenti più produttivi. Vecchio vizio di una sinistra che continua a ragionare in termini redistributivi senza preoccuparsi di come produrre la ricchezza.

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