Sarebbe intellettualmente disonesto negarlo: l'accordo con il Mercosur porta con sé elementi molto positivi per l'Italia e l'Europa. In una fase di rallentamento globale, l'abbattimento dei dazi su molti prodotti industriali apre spazi concreti per il nostro export manifatturiero, dalla meccanica alla farmaceutica, passando per moda e design. Per alcune filiere ad alto valore aggiunto, il mercato sudamericano rappresenta una reale opportunità di crescita. L'Italia, Paese esportatore per vocazione, non può permettersi pregiudizi ideologici sul commercio internazionale. Bene ha fatto quindi il governo Meloni a dare il suo via libera.
C'è poi un ulteriore elemento che rende l'accordo strategicamente rilevante per l'Europa: il contesto geopolitico. Il Mercosur si colloca in aperto contrasto con la nuova dottrina Donroe, con cui il presidente degli Stati Uniti rivendica per sé mano libera su ogni questione politica, economica e militare che riguardi l'intero continente americano. In questo quadro, l'accordo diventa anche uno strumento per mitigare la trappola commerciale dei superdazi e per difendere un minimo di autonomia strategica europea.
Proprio per questo, però, avrebbe richiesto equilibrio, trasparenza e rispetto delle regole democratiche. Perché il problema non è se commerciare, ma a quali condizioni. Ed è qui che l'accordo Mercosur, così come concepito, accelerato e imposto da Ursula von der Leyen, espone il fianco a una critica grave perché da scelta discutibile, rischia di apparire come un tradimento politico e istituzionale. A cominciare dal metodo. L'esclusione del Parlamento europeo dal passaggio sostanziale di approvazione preventiva non è una furbizia procedurale né una necessità tecnica: è una scelta deliberata. Una scelta che svuota l'unica istituzione eletta direttamente dai cittadini, e la riduce a un fastidio da aggirare. È una forzatura consapevole che sposta l'asse dell'Unione da una democrazia imperfetta a una tecnocrazia autoreferenziale. Chi governa l'Europa senza il Parlamento, governa contro il Parlamento. E chi lo fa tradisce il mandato che dice di voler difendere.
Colpisce, in questo senso, leggere sulle pagine di Repubblica cronache in cui il Parlamento europeo viene descritto come uno «scoglio da superare per chiudere l'accordo». Non una garanzia democratica, ma un intralcio. È una concezione pericolosa: quando il voto diventa un problema e il dissenso un ostacolo, non è l'Europa a rafforzarsi, è la democrazia a indebolirsi.
Il secondo tradimento riguarda il merito. Il Parlamento europeo ha chiesto sin dall'inizio una cosa elementare: che nell'accordo fosse contemplato il principio di reciprocità. Stesse regole, stessi standard, stessi obblighi per chi esporta in Europa. Non protezionismo, ma concorrenza leale. Una richiesta ignorata dalla Commissione perché evidentemente disturbava chi, soprattutto nel cuore industriale del continente, ha molto da guadagnare da un accordo leggero sui vincoli e pesante sugli interessi industriali.
Così accade che agli agricoltori europei - italiani in primis - si chiedano sacrifici sempre nuovi: riduzione dei fitofarmaci, vincoli ambientali stringenti, burocrazia crescente, costi energetici insostenibili. Poi, con disarmante disinvoltura, si spalancano le frontiere a prodotti agricoli ottenuti con sostanze vietate in Europa, con standard sanitari più bassi e con pratiche sul lavoro che l'Unione dichiara a parole inaccettabili. Che il problema sia concreto lo dimostra un fatto politico quasi senza precedenti: Coldiretti e Confagricoltura, storicamente su posizioni diverse, si trovano oggi compatte nel denunciare il vulnus di un accordo che penalizza i Paesi a forte vocazione agricola come l'Italia. Quando mondi diversi parlano con una sola voce, non è ideologia: è allarme.
Chi ne beneficerà maggiormente, allora? L'industria chimica europea, soprattutto tedesca, che continua a esportare pesticidi vietati in patria; l'automotive, soprattutto tedesco, che vede crollare dazi fino al 35%; alcuni grandi gruppi industriali, soprattutto tedeschi, che ottengono accesso a mercati e materie prime a basso costo. Chi si dovrà accontentare delle briciole è invece l'agricoltura mediterranea, fatta di piccole e medie aziende, di territori fragili, di qualità e non di quantità.
Non è un caso che la Germania sia il Paese più determinato a spingere per una ratifica rapida e senza condizioni. E non è un caso che Ursula von der Leyen abbia scelto di agire non come garante dell'interesse europeo, ma come custode degli equilibri industriali del proprio Paese. Una presidente della Commissione che tratta il Parlamento come un intralcio e sacrifica interi settori produttivi in nome della velocità e del profitto non rafforza l'Unione: la svuota.
Mercoledì a Strasburgo non si voterà l'accordo Mercosur, ma una petizione e una risoluzione politica che chiedono il rispetto delle prerogative parlamentari e l'inclusione di criteri vincolanti di reciprocità e controllo democratico nel processo di approvazione dell'accordo. Sarà anche un test di credibilità: o Palazzo Weiss difende le proprie prerogative e chiede regole uguali per tutti, o accetta di diventare una comfort zone per chi non vuole disturbare il manovratore.
L'Europa ama raccontarsi come una potenza morale. Ma una potenza morale non considera la democrazia un ostacolo, non predica sostenibilità mentre la aggira, non invoca i diritti quando servono e li archivia quando intralciano.
Se il Mercosur resterà questo, non sarà un accordo moderno. Sarà un compromesso al ribasso, utile a pochi e pagato da molti. E l'ennesima prova di un'Europa che, in nome di una presunta efficienza, rischia di perdere la propria anima democratica.