Ci risiamo, ogni tre anni riecco spuntare uno dei vizi più amati dalla politica: trasformare ogni cambio al vertice in una resa dei conti, ogni sostituzione in una purga, ogni scelta industriale in un regolamento di conti ideologico. È un riflesso condizionato, buono per i talk show e per i retroscena da corridoio - non che a volte non manchino le ragioni - ma che non serve per capire come si governa davvero un grande gruppo strategico come Leonardo (sempre che ci sia davvero questo desiderio dietro le polemiche). La decisione del governo Meloni di cambiare guida, sostituendo Roberto Cingolani con un manager come Lorenzo Mariani, dall'opposizione viene raccontata con il solito arsenale lessicale: «defenestrazione», «epurazione», «resa politica». Parole comode, facili, e soprattutto sbagliate. Perché la realtà è più semplice e, se vogliamo, più scomoda per chi ama le narrazioni caricaturali: non esistono manager eterni, esistono fasi storiche. E ogni fase richiede competenze diverse, sensibilità diverse, perfino istinti diversi.
Cingolani ha fatto il suo lavoro. E lo ha fatto bene, come riconoscono anche dentro il governo. Non a caso Palazzo Chigi ha speso parole di apprezzamento, sottolineando i risultati raggiunti e il contributo dato in un momento delicato. Se fosse stata una cacciata, non ci sarebbe stato bisogno di dirlo. Ma siccome non lo è, è giusto dirlo. I numeri, del resto, parlano chiaro: titolo in fortissima crescita in Borsa, bilanci più che solidi, reputazione internazionale rafforzata. Ma fermarsi qui sarebbe una mezza verità, e le mezze verità sono spesso le peggiori bugie. Perché quei risultati, indiscutibili, si collocano dentro un contesto altrettanto indiscutibile: un mondo in guerra.
È brutale dirlo, ma è così: il settore della difesa, che non produce pane o biscotti, prospera quando la geopolitica si incattivisce. E negli anni della gestione Cingolani, tra Ucraina, tensioni globali e riarmo diffuso, Leonardo ha beneficiato di una domanda straordinaria. Non per merito esclusivo del management, ma per una congiuntura che ha premiato l'intero comparto. Ovunque nel mondo. Ecco allora il punto che molti fingono di non vedere: quando cambia il contesto, è legittimo cambiare il timoniere. Non perché il precedente fosse inadeguato, ma perché il mare è diverso.
Una vita ai vertici di Leonardo-ex Finmeccanica, Mariani rappresenta esattamente questo passaggio. Più manager industriale, meno scienziato prestato all'industria; più uomo di macchina operativa, meno interprete di una fase emergenziale. Una scelta che ha una logica precisa: consolidare, strutturare, trasformare i picchi congiunturali in traiettorie stabili. Chi urla allo scandalo, in fondo, confonde due piani: quello del merito e quello dell'opportunità. Sul primo, Cingolani esce a testa alta. Sul secondo, il governo esercita una prerogativa che è insieme politica e industriale. Non è un dettaglio: Leonardo non è una società qualsiasi. È un asset strategico per il Paese, un pezzo di sovranità nazionale, un ingranaggio fondamentale dentro le alleanze occidentali. E qui entra in gioco l'altro grande tema che gli indignati a corrente alternata preferiscono evitare.
L'Italia sta dentro un sistema di relazioni che ha un perno chiaro: gli Stati Uniti. Si può discutere tutto, anche le scelte dell'amministrazione Trump, spesso discutibili, talvolta scomposte. Ma non si può discutere il fatto che il legame transatlantico resta, per Roma, una necessità strutturale. Non è sudditanza, è realismo. Non è rinuncia all'Europa, è consapevolezza del proprio posizionamento. Chi prova a raccontarla come un aut aut o Washington o Bruxelles semplicemente non ha capito come funziona il mondo.
La verità, meno ideologica e più concreta, è che l'Italia deve stare con entrambi: radicata in Europa e saldamente agganciata agli Stati Uniti. E Leonardo è uno degli strumenti attraverso cui questo equilibrio si realizza. In questo quadro, la scelta di cambiare guida non è un capriccio, ma un segnale. Indica una volontà di rafforzare il profilo industriale, di rendere più incisiva la presenza sui mercati, di gestire con maggiore continuità una fase che non sarà più quella dell'emergenza ma nemmeno quella della normalità.
C'è poi un altro elemento, meno dichiarato ma altrettanto rilevante: la politica, quando governa, deve assumersi la responsabilità delle scelte. Anche quelle impopolari, anche quelle che prestano il fianco alle critiche facili. Tenere un manager solo perché «i mercati lo apprezzano» è una scorciatoia. I mercati apprezzano molte cose, spesso anche contraddittorie. Governare significa invece decidere quale direzione dare, non limitarsi a registrare il consenso degli investitori. E qui sta la differenza tra chi amministra e chi commenta. I commentatori possono permettersi il lusso della nostalgia o della prudenza. I governi no.
Per questo la polemica di queste ore appare, nella migliore delle ipotesi, superficiale. Nella peggiore, strumentale. Si costruisce un caso dove c'è una fisiologia, si grida alla rottura dove c'è una transizione. Si può non condividere la scelta, certo. Ma raccontarla come una resa dei conti è un esercizio di fantasia più che di analisi. La vera domanda, semmai, è un'altra: Mariani saprà trasformare i risultati congiunturali in crescita strutturale? Saprà rafforzare la posizione di Leonardo in un contesto che resterà competitivo e instabile? Saprà muoversi con efficacia dentro il delicato equilibrio tra Europa e Stati Uniti? A queste domande non rispondono i retroscena, ma i fatti. E i fatti, come sempre, arriveranno.
Nel frattempo, varrebbe
la pena abbassare i toni e alzare il livello dell'analisi. Perché il Paese non ha bisogno dell'ennesima polemica preconfezionata, ma di capire se le scelte che vengono fatte hanno una logica. Questa, piaccia o no, ce l'ha.