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“Catapulzione in Iran”: cosa dice la Costituzione islamica sull’ayatollah, la libertà e il diritto alla vita

Nel caso iraniano si deve parlare di catapulzione per ciò che si sta registrando: fiumi di gente disperata per strada. Una disperazione che, a differenza del dissenso, non è contrastabile con politiche di miglioramento

“Catapulzione in Iran”: cosa dice la Costituzione islamica sull’ayatollah,  la libertà e il diritto alla vita

Quel che sta accadendo in Iran da inizio 2026, con le proteste diffuse in partenza riguardo al caro vita, è l’ennesima dimostrazione che si tratta di un popolo vivo, di eccezionale senso patriottico e non invilito dalle morti per ragioni politiche. In molti parlano ormai di rivoluzione, ma in senso stretto si tratterebbe piuttosto del primo fenomeno della storia di “catapulzione”.

Un termine che nei dizionari non esiste, ma che giuridicamente e politicamente è quello che veste perfettamente quanto si sta verificando in Iran. Se per rivoluzione si intende, etimologicamente parlando, una sollevazione di popolo per sconvolgere l’ordine politico costituito (che può anche guardare all’indietro invocando il passato ri-legittimandolo), la catapulzione, invece, vuole la conquista dei diritti che sono sanciti in una carta fondamentale ma che non sono garantiti nella vita reale dalla politica temporale. “Catapulzione”, infatti, prende vita non a caso dall’azione della catapulta: proprio l’antica macchina inventata dai Sirii per lanciare macigni ed abbattere mura.

Nel caso iraniano si deve parlare di catapulzione a maggior ragione per ciò che si sta registrando: fiumi di gente disperata per strada. Una disperazione che, a differenza del dissenso, non è contrastabile con politiche di miglioramento. È intuibile perché: l’ideologia controlla il debole che, tuttavia, sta nell’ingranaggio di sistema; il disperato esasperato è pronto alla morte perché concepisce quest’ultima come funzionale alla lotta o perché non ha più energie vitali per andare avanti.

Perché si è arrivati a tanto? È tanto complesso quanto semplice. Dipende dai punti di partenza dell’analisi. Basti leggere la Costituzione islamico iraniana per rendersi conto quanto sia facilissimo capire come il sistema politico sia diventato, per la gente che protesta, come quel muro che l’antico popolo dei Sirii si industriò per abbattere inventando appunto la catapulta.

Infatti, non è detto che l’eventuale fine dell’epoca Khamenei determini, di conseguenza, la del sistema costituzionale islamico. La maggioranza religiosa rappresentata che effettivamente pratica (elemento molto importante quest’ultimo) è musulmano sciita (circa 80-90%, fonte Euronews). Ciò sta a significare che la maggioranza sciita, al netto delle moderne declinazioni del vivere delle nuove generazioni rispetto a quelle che nel 1979 legittimarono la caduta dello Scià, credono nella Ummah (ovverosia nell’Islam come via unificante del genere umano a poter impedire le ingiustizie), quale principio-regola e retroterra necessario per il mantenimento in vita dello stato-nazione per com’è fatto.

Traduzione plastica di questo concetto è, quindi, la catapulzione: l’ipotetica levata del potere politico esistente con un altro diverso, ma che sta nello stesso gioco costituzionale del 1979. In Iran, infatti, stando alle immagini e notizie che possiamo vedere e leggere in queste ultime settimane, non si registrano contestazioni al com’è la Costituzione che legittima chi è al potere. Piuttosto è il contrario: si vorrebbe la fine dell’epoca Khamenei e di tutta l’applicazione politica che da quest’ultimo è promanata come cultura di potere e si è insediata nei vari spazi dello stesso (inclusa la deriva della c.d. polizia morale).

Basti vedere come i musulmani stessi scesi per strada stanno vandalizzando le moschee. Il ché è tutto dire perché mai un islamico si sognerebbe di farlo. Eppure ciò sta avvenendo e la ragione di ciò è, forse, in un versetto del Corano: “promuovete la giustizia e impedite l’ingiustizia e credete in Dio” (Cor. III, 110; basta consultare un testo di diritto pubblico dell’Islam). È in primis l’islamico sciita dell’Iran che sta contestando, all’interno dello stesso processo identitario, il potere terreno Komenista in cui ha creduto e lo fa in forza della percezione di ingiustizie sociali diffuse da parte di suoi stessi fratelli musulmani sciiti (cioè quelli al potere).

La prova provata di quanto sopra è nella Costituzione dell’Iran che spiega quanto sta accadendo. Ad esempio, l’articolo 23 prevede il divieto di persecuzione per le opinioni e le convinzioni personali di chiunque. Perché, allora, ci sono imprigionamenti per natura politica?

Ancora ad esempio, l’articolo 22 prevede la tutela del diritto alla vita (“salvo i casi previsti dalla legge” - riporta la Costituzione - che andrebbero approfonditi per capire fino in fondo se durante le manifestazioni del popolo possano essere legittimate uccisioni che non siano il pericolo di vita altrui): un principio, quello del diritto alla vita, che palesemente non è rispettato date le documentate migliaia di uccisioni di natura politica.

Allora, siamo seri. Non c’è da prendersela con l’Occidente, con l’Oriente, con il Polo Nord o l’Antartico per quanto sta avvenendo in Iran. C’è da capire come funziona un sistema politico basato su precetti religiosi e regole costituzionali e domandarsi chi non sta rispettando i principi basilari che dal 1979 sono stati scelti?

La maggioranza musulmana, probabilmente, non si riconosce più in quel potere politico basato sull’Islam stesso. Tecnicamente si chiamerebbe collasso sistemico (non ancora avvenuto). Nel frattempo c’è in atto una catapulzione. E quando questa inizia incessante l’unico modo per fermarla è spezzare il tronco.

Ma può una leadership politica fondata sul precetto di fratellanza religiosa legittimare sé stessa uccidendo i contestatori (cioè il tronco)? Non è una questione religiosa quindi. È una questione costituzionale oltreché di diritti umani primari. Uno su tutti? La libertà. Concetto, quest’ultimo, ben impresso all’articolo 9 della Costituzione iraniana.

Una parola che, appunto, è il vero senso delle proteste del popolo che rivendica, implicitamente o meno, il rispetto di quella Costituzione che, senza pregiudizi, va studiata per capire cos’è oggi l’Iran, come si muovono i gangli del potere e in forza di cosa protesta la gente.

Se qualcuno pensa che tutto ciò sia colpa della religione islamica in quanto tale o dei religiosi al potere politico sbaglia punto di partenza perché, ad esempio, la guida suprema iraniana deve essere un giurista e non un

clericale come prevede l’articolo 107 sempre della carta costituzionale di Theran. Nella vicenda iraniana l’Islam c’entra nella misura in cui è strumentale al potere politico che, di tutta evidenza, è inabissato come non mai.

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