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Hormuz riaperto e "scuse" al Golfo. Poi l’Iran attacca le basi americane

Teheran: controlliamo lo stretto, colpiremo soltanto le navi nemiche. Il presidente tende la mano ai Paesi confinanti ma non ferma le minacce

Hormuz riaperto e "scuse" al Golfo. Poi l’Iran attacca le basi americane
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Da una parte sembra tendere la mano. Dall’altra continua con le minacce. È un regime che pare indebolito che sembra mostrare le prime crepe dopo più di una settimana di attacchi martellanti da parte di Stati Uniti e Israele. Le parole del presidente Massoud Pezeshkian si muovono su due binari. «Chiedo scusa ai Paesi confinanti, non c’è nessuna inimicizia con i paesi vicini della regione», racconta, per poi alzare il tiro: «Il buon vicinato e il rispetto reciproco non negano il diritto intrinseco dell’Iran a difendersi dall’aggressione. Restiamo in piedi e resistiamo fino alla morte per difendere il nostro Paese». Ondivago, o forse consapevole che il messaggio di scuse ha palesato una debolezza che è meglio nascondere sotto il tappeto.
«Le operazioni difensive dell’Iran sono mirate esclusivamente contro obiettivi e strutture che sono fonte e origine di azioni aggressive contro la nazione iraniana e li consideriamo nostri obiettivi legittimi», spiega ancora Pezeshkian giustificandosi, mentre quando replica a Trump, che lo aveva accusato di essere debole dopo aver fatto il bullo, indossa di nuovo la maschera del cattivo, annunciando che lui e il suo Paese resteranno in piedi sino alla morte. Questa la risposta alla richiesta di resa di Washington. Tra i gesti, per così dire, distensivi, anche le dichiarazioni del regime sullo stretto di Hormuz, la cui chiusura rischia di causare danni economici enormi all’Occidente. «Controlliamo lo Stretto ma non lo chiuderemo e tutte le navi potranno attraver- sarlo. Solo quelle di Stati Uniti e di Israele saranno prese di mira dalle forze armate iraniane», ha detto il portavoce delle forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi, specificando però che non può fornire alcuna garanzia sulla sicurezza delle navi che lo attraverseranno. E ancora: «Collaboreremo con i paesi vicini ed espelleremo gli americani dalla regione». Non solo. Gli ayatollah sostengono di avere «le prove» che alcuni Paesi della regione si sono «messi a disposizione del nemico», facendo partire dal loro territorio attacchi contro la Repubblica islamica. Lo dice il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei, uno dei tre membri del consiglio provvisorio iraniano che minaccia vendetta.
Poi, dal governo di Teheran, parole che sanno di propaganda: «Almeno 200 soldati americani sono stati uccisi e feriti durante gli attacchi alla base aerea di Al Dhafra ad Abu Dhabi».
Quel che è certo è che gli attacchi di Teheran non si sono fermati. Il regime annuncia di aver attaccato con i droni una petroliera battente bandiera delle Isole Marshall nel Golfo Persico. Attacchi con missili anche alla base americana di Juffeir, in Bahrein. Situazione complicata a Dubai, dove l’aeroporto è stato chiuso due volte a causa della caduta di alcuni detriti di droni iraniani, respinti dalla contraerea, smentendo però un attacco andato a segno.
Un incendio si è sviluppato anche a Dubai Marina, dove altri detriti, questa volta di un missile che sarebbe stato intercettato, hanno colpito un grattacielo che ha parzialmente preso fuoco. Attacchi anche contro gli Emirati Arabi che denunciano: «Droni e missili dall’Iran» con il presidente, lo sceicco Mohamed bin Zayed al-Nahyan, che replica a muso duro: «Siamo in tempo di guerra ma non siamo una preda facile. Abbiamo la pelle spessa e la carne dura».
E mentre rimane il giallo sulla sorte di Mojtaba Khamenei, figlio del defunto leader e candidato forte al ruolo di Guida Suprema che per alcuni sarebbe stato ucciso o gravemente ferito, gli Stati Uniti sembrano sul punto di muovere una terza portaerei in Medioriente: dopo la Lincoln e la Ford, è pronta anche la USS George H.W. Bush, che avrebbe già completato l’addestramento pre-schieramento e presto dovrebbe essere a disposizione. La Ford si troverebbe al momento nel Mar Rosso mentre la Lincoln rimane di stanza nel Mar Arabico. Anche Londra si muove. Il ministero della Difesa britannico ha detto che la Prince of Wales, portaerei di punta del Regno, è in stato di preparazione in vista di un possibile impiego in Medioriente. «Stiamo aspettando la loro presenza», ha detto minaccioso il portavoce dei Pasdaran Ali Mohammad Naini.

«Raccomandiamo agli americani di ricordare l’incendio della superpetroliera americana Bridgeton nel 1987 e le petroliere colpite di recente». Voglia di dialogo e minacce. Dimostrazione di forza ma anche di debolezza.
La guerra continua e il regime iraniana resiste. Ma tutto sembra tranne che indistruttibile.

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