Tra Washington e Teheran si starebbe consumando una delle trattative diplomatiche più delicate degli ultimi anni. Nelle ultime ore la Casa Bianca ha lasciato filtrare l’idea di un’intesa ormai vicina, mentre da Teheran arrivano segnali più cauti ma non di chiusura.
Il negoziato è entrato in una fase accelerata dopo settimane di tensione nel Golfo Persico, minacce sullo Stretto di Hormuz e timori di un allargamento regionale del conflitto. Secondo le prime indiscrezioni, il possibile accordo non sarebbe ancora un trattato definitivo sul nucleare, ma una maxi-intesa preliminare pensata per congelare la crisi, evitare un’escalation militare e creare una cornice di stabilizzazione regionale.
La struttura dell’intesa: tregua di 60 giorni, Hormuz e stop all’escalation
Le ultime bozze circolate tra diplomatici occidentali e media internazionali parlano di un accordo articolato in più punti. Il primo sarebbe un cessate-il fuoco-immediato accompagnato da una finestra negoziale di circa 60 giorni durante la quale entrambe le parti congelerebbero le rispettive azioni ostili. Gli Stati Uniti sospenderebbero nuove sanzioni e rallenterebbero la pressione militare nella regione, mentre l’Iran si impegnerebbe a garantire la sicurezza della navigazione commerciale nel Golfo Persico.
Il punto più urgente riguarda infatti Hormuz. Negli ultimi mesi Teheran ha aumentato la pressione sull’area con controlli navali, minacce indirette ai traffici energetici e la creazione della nuova autorità iraniana incaricata di gestire il traffico marittimo nello stretto. Washington considera questa mossa una minaccia strategica globale perché qualsiasi blocco o rallentamento potrebbe far impennare immediatamente i prezzi energetici mondiali.
Nella bozza attuale l’Iran avrebbe accettato di non ostacolare il traffico commerciale internazionale, di rimuovere eventuali mine navali e di coordinarsi con osservatori internazionali per evitare incidenti marittimi. In cambio gli Stati Uniti aprirebbero a un alleggerimento parziale delle restrizioni sulle esportazioni petrolifere iraniane e allo sblocco di parte dei fondi congelati all’estero.
Dietro le quinte starebbero svolgendo un ruolo centrale Qatar, Oman e Pakistan.
Il cuore del negoziato: uranio arricchito, siti nucleari e controlli IAEA
Il vero nodo resta però il programma nucleare iraniano. Trump vuole una linea molto più dura rispetto all’accordo del 2015 firmato dall’amministrazione Obama. La Casa Bianca chiede che Teheran limiti drasticamente l’arricchimento dell’uranio, soprattutto quello vicino alla soglia militare del 60%, considerato dagli esperti il passaggio tecnicamente più sensibile verso la costruzione di un’arma atomica.
Gli Stati Uniti chiedono inoltre il ritorno completo degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica nei siti nucleari iraniani. Tra le ipotesi discusse ci sarebbero ispezioni a sorpresa, sistemi di monitoraggio permanente e la reintroduzione dell’Additional Protocol, il meccanismo che consente verifiche intrusive anche in strutture non ufficialmente dichiarate.
Teheran avrebbe mostrato apertura su alcuni punti tecnici, come la diluizione di parte delle scorte di uranio altamente arricchito e il congelamento temporaneo di alcune centrifughe avanzate. Tuttavia la leadership iraniana continua a rifiutare l’idea di smantellare il proprio programma nucleare civile o di rinunciare definitivamente alla capacità di arricchimento. Il governo iraniano insiste sul fatto che il nucleare civile sia un diritto sovrano non negoziabile.
Proprio questo sarebbe il motivo per cui il possibile accordo viene descritto più come una “de-escalation tecnica” che come una vera pace diplomatica definitiva. Molti dettagli sul nucleare verrebbero infatti rinviati a tavoli negoziali successivi.
Trump vuole un “anti-Obama deal”, ma Israele resta in allarme
Sul piano politico, Trump starebbe preparando la presentazione dell’intesa come una vittoria personale e come la dimostrazione che la sua linea di “massima pressione” avrebbe ottenuto risultati migliori rispetto al JCPOA del 2015. Nelle ultime ore il presidente americano avrebbe riunito il vicepresidente JD Vance, l’inviato Steve Witkoff, Jared Kushner e altri consiglieri della sicurezza nazionale per valutare la versione finale della proposta iraniana.
Israele, però, continua a guardare con forte sospetto ai negoziati. Parte dell’establishment israeliano teme che Teheran possa usare la tregua per guadagnare tempo, preservare infrastrutture nucleari sensibili e rafforzare la propria posizione regionale attraverso Hezbollah, le milizie sciite irachene e la rete degli Houthi nello Yemen. Per questo il governo israeliano continua a chiedere garanzie molto più dure rispetto a quelle che sembrano emergere nella bozza attuale. Il memorandum di intesa tra Iran e Stati Uniti, inoltre, fermerebbe i combattimenti su tutti i fronti, compreso il Libano. Lo riporta il New York Times, citando tre alti funzionari iraniani.
Anche all’interno dell’Iran esistono forti resistenze.
I Pasdaran e le componenti più radicali del sistema iraniano diffidano profondamente degli Stati Uniti e temono che l’accordo possa trasformarsi in un meccanismo di pressione permanente sul Paese. Per questo motivo, nonostante il clima di apparente ottimismo, la trattativa resta fragile e altamente instabile.