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Iran, comunicare senza Internet. Dentro le reti invisibili dei giovani iraniani

L'Iran è offline da oltre 60 ore a causa dei disordini. La portata e l’intensità delle restrizioni rivelano una strategia di controllo delle comunicazioni che va oltre i precedenti schemi

Iran, comunicare senza Internet. Dentro le reti invisibili dei giovani iraniani

Quando in Iran l’accesso a Internet viene spento, la comunicazione non si arresta. Piuttosto, si contrae, si frammenta e diventa locale.

Il blackout digitale del regime

Negli ultimi giorni, mentre le proteste si sono intensificate su scala nazionale in risposta alla profonda crisi economica e alle restrizioni politiche imposte dal regime, le autorità hanno imposto un blackout quasi totale dei servizi internet e telefonici, lasciando la popolazione tagliata fuori sia dal web globale che, in molte aree, dalle tradizionali reti mobili.

Monitoraggi indipendenti di NetBlocks confermano che la connettività internet in Iran è precipitata a percentuali molto basse, con la quasi totale mancanza di accesso online nelle principali città come Teheran e Mashhad, e restrizioni anche su telefonia fissa e mobile a livello nazionale, un livello di blocco che, secondo esperti di telecomunicazioni, non ha precedenti recenti nel Paese rispetto a misure simili adottate in proteste passate.

In Iran, i blackout digitali non sono una novità assoluta: già nel 2019 e nel 2025 il governo aveva sospeso le comunicazioni internet su larga scala durante periodi di sommovimenti diffusi, ma la portata e l’intensità delle restrizioni osservate negli ultimi giorni rivelano una strategia di controllo delle comunicazioni che va oltre i precedenti schemi di interferenza graduale o di limitazione selettiva del traffico dati.

Starlink nel mirino

Doug Madory, direttore dell'analisi Internet presso la piattaforma di intelligence di rete Kentik, ha sollevato la possibilità che il governo stia portando avanti "una sorta di guerra elettronica per cercare di interrompere i segnali Starlink". Il blackout digitale dell'Iran ha ora schierato jammer militari per bloccare l'accesso a Starlink. Questo rappresenta un punto di svolta per la connettività del Piano B per manifestanti e attivisti. Nonostante il regime iraniano si opponga all'utilizzo di Starlink nel Paese, Madory ha affermato che alcune persone, con un certo bagaglio di conoscenze informatiche, stanno comunque riuscendo clandestinamente a usare la rete. Secondo Forbes, circa il 30% del traffico uplink e downlink di Starlink sarebbe stato (inizialmente) interrotto, per poi salire rapidamente "a oltre l'80%" nel giro di poche ore.

Nei primi momenti di un blackout, quando la rete non è ancora completamente inutilizzabile, molti iraniani tentano di restare connessi utilizzando VPN e strumenti di aggiramento del filtro. Queste soluzioni tentano di instradare il traffico attraverso server esterni, creando tunnel che teoricamente permetterebbero di aggirare i blocchi. In pratica, la realtà è che si tratta di soluzioni instabili: gli indirizzi IP di tali servizi vengono rapidamente riconosciuti e bloccati dai firewall nazionali, mentre i protocolli stessi possono essere identificati e degradati al punto da renderli inutilizzabili. Così, la connessione disponibile può apparire e scomparire in una sequenza di finestre di accesso temporanee. È un continuum di tentativi e fallimenti, che riflette la natura di una rete controllata a livello statale, in cui l’accesso non è mai garantito ma sempre lotta per affiorare tra le restrizioni.

L'alternativa: le reti locali a bassa tecnologia

Accanto alle radio esistono strumenti elaborati che sfruttano l’hardware degli smartphone per creare reti locali a bassa tecnologia: applicazioni che impiegano connessioni Bluetooth, Wi-Fi Direct o altre forme di comunicazione punto-a-punto per consentire lo scambio di messaggi senza alcuna infrastruttura di rete. Queste tecnologie trasformano i telefoni in nodi di una rete a maglia locale in cui ogni dispositivo può trasmettere messaggi ai vicini, che a loro volta li rilanciano. Il principio è semplice e radicale: il telefono non “chiama” una stazione centrale, ma rilancia messaggi diretto verso altri dispositivi vicini. Il successo di una rete di questo tipo dipende interamente dalla densità degli utenti presenti in uno spazio fisico: in una piazza di protesta, dove centinaia o migliaia di persone si trovano a meno di cento metri l’una dall’altra, una catena di telefonini può permettere di veicolare messaggi su distanze ragionevoli; se le persone si disperdono, la rete crolla e la comunicazione si spezza.

Un esempio di questo approccio è la tecnologia resa nota attraverso app come Bridgefy, che ha visto un’impennata di interesse in contesti di blackout. Bridgefy usa esclusivamente il Bluetooth per connettere i telefoni in prossimità, senza richiedere alcuna connessione Internet o SIM. In contesti di folle dense, può estendere la portata dei messaggi ben oltre la distanza di mille metri, quando i singoli dispositivi fungono da ponti di inoltro. In termini di sicurezza, questi sistemi non sono a prova di intercettazione: messaggi e identità possono essere esposti o manipolati localmente, rendendoli strumenti adatti al coordinamento immediato ma non ideali per informazioni strategiche o sensibili.

Quando persino questi meccanismi locali non bastano, la comunicazione vira verso reti completamente offline: catene di telefonate tradizionali quando possibile, volantini e messaggi scritti consegnati a mano, punti di incontro concordati in anticipo.

È la comunicazione come rete umana, basata sulla prossimità fisica, sulla fiducia personale, e sulla ridondanza dei canali. Una comunicazione che diventa imperfetta, intermittente, difficile da sostenere a lungo — ed è proprio questa imperfezione a renderla, almeno per un po’, impossibile da spegnere del tutto.

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