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“Pagate di più o sarete soli”: il messaggio di Hegseth che cambia gli equilibri dell’Asia

Un segnale che va oltre i bilanci della difesa e rivela la nuova dottrina Trump: il sostegno americano resta, ma sarà sempre più legato alla capacità dei partner di contribuire alla deterrenza contro la Cina

“Pagate di più o sarete soli”: il messaggio di Hegseth che cambia gli equilibri dell’Asia

Per decenni la presenza militare statunitense in Asia è stata percepita come una costante della geopolitica regionale. Dal Giappone alla Corea del Sud, passando per le Filippine e l’Australia, il sistema di alleanze costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale ha rappresentato il pilastro della sicurezza dell’Indo-Pacifico.

Oggi, però, quel modello sembra attraversare una fase di trasformazione. Le parole pronunciate sabato dal segretario alla Difesa Pete Hegseth allo Shangri-La Dialogue di Singapore non costituiscono una semplice richiesta di aumento delle spese militari, ma riflettono una nuova filosofia strategica dell’amministrazione Trump: gli Stati Uniti continueranno a guidare la sicurezza regionale, ma pretendono che gli alleati paghino una quota significativamente maggiore del costo della deterrenza.

La soglia del 3,5% del Pil destinato alla difesa indicata da Hegseth rappresenta un obiettivo che oggi nessuno dei principali partner asiatici di Washington raggiunge. È una richiesta che va ben oltre i livelli di spesa attuali di Giappone, Corea del Sud, Australia o Filippine e che richiama immediatamente le pressioni esercitate dall’amministrazione Trump sugli alleati europei della Nato. La differenza è che in Asia il sistema di sicurezza è ancora più fragile: non esiste un’alleanza collettiva paragonabile alla Nato e gran parte dell’architettura regionale si basa su accordi bilaterali direttamente legati alla credibilità dell’impegno americano.

La dottrina Trump arriva nell’Indo-Pacifico

Dietro la richiesta di Hegseth c’è una visione strategica che Donald Trump sostiene da anni. Il presidente americano ha più volte criticato gli alleati che, a suo giudizio, beneficiano della protezione statunitense senza contribuire adeguatamente alla propria difesa. Durante il primo mandato questa pressione si era concentrata soprattutto sull’Europa. Oggi il bersaglio si sposta anche verso l’Asia.

Il messaggio lanciato da Singapore è semplice: Washington non intende più assumersi da sola il peso della sicurezza regionale. Gli Stati Uniti continueranno a fornire capacità militari avanzate, presenza navale e deterrenza nucleare, ma si aspettano che i partner aumentino sensibilmente i propri investimenti. Non si tratta soltanto di acquistare più armamenti, ma di sviluppare forze armate capaci di operare insieme agli americani in uno scenario di crisi.

La scelta della soglia del 3,5% non è casuale. Essa supera persino il tradizionale parametro Nato del 2% e si avvicina ai livelli di spesa sostenuti da Paesi che percepiscono una minaccia diretta e immediata. In altre parole, Washington chiede agli alleati asiatici di comportarsi come se la competizione strategica con la Cina fosse già entrata in una fase critica.

Questa impostazione segna una differenza significativa rispetto all’approccio dell’amministrazione Biden, che aveva puntato soprattutto sul rafforzamento politico delle alleanze e sulla costruzione di nuove partnership regionali come AUKUS e il Quad. Con Trump e Hegseth il tema centrale diventa invece la condivisione concreta dei costi della sicurezza.

La Cina, il vero destinatario del messaggio

Sebbene il discorso fosse rivolto formalmente agli alleati americani, il vero convitato di pietra era la Cina. Negli ultimi anni Pechino ha accelerato il processo di modernizzazione delle proprie forze armate, ampliando la flotta navale, sviluppando capacità missilistiche avanzate e aumentando la pressione militare attorno a Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale.

Per il Pentagono il problema non è soltanto la crescita delle capacità cinesi, ma la velocità con cui questa trasformazione sta avvenendo. Numerosi analisti americani ritengono che il vantaggio militare statunitense nella regione si stia progressivamente riducendo e che gli Stati Uniti non possano più contare esclusivamente sulle proprie forze per garantire l’equilibrio strategico.

Da qui la necessità di coinvolgere maggiormente gli alleati. Una rete di partner militarmente più forti rappresenterebbe infatti un moltiplicatore di potenza e renderebbe più complesso qualsiasi tentativo cinese di alterare gli equilibri regionali. Il ragionamento strategico di Washington è che la deterrenza funziona solo se il costo di un’azione aggressiva appare insostenibile fin dall’inizio.

Le Filippine come modello

Non è un caso che Hegseth abbia indicato le Filippine come esempio virtuoso. Negli ultimi anni Manila ha intensificato in maniera significativa la cooperazione con Washington, concedendo un accesso più ampio alle proprie basi militari e partecipando alle più grandi esercitazioni congiunte della storia delle relazioni tra i due Paesi.

Dal punto di vista americano, le Filippine rappresentano il prototipo dell’alleato ideale: un partner disposto ad aumentare la cooperazione militare, a investire maggiormente nella difesa e a integrarsi nelle strategie regionali di contenimento della Cina. Tuttavia non tutti i Paesi asiatici guardano con la stessa convinzione a questa prospettiva.

Il Giappone ha già annunciato negli ultimi anni un incremento senza precedenti delle spese militari, rompendo in parte con la tradizione pacifista del dopoguerra. Anche l’Australia sta investendo massicciamente nella modernizzazione delle proprie forze armate, mentre la Corea del Sud continua a mantenere uno dei più robusti apparati militari dell’Asia. Nonostante ciò, nessuno di questi Paesi raggiunge il livello richiesto da Hegseth.

Il rischio è che la crescente enfasi americana sulla condivisione dei costi venga interpretata come un segnale di condizionalità politica. In altre parole, molti governi regionali si chiedono se l’impegno degli Stati Uniti resti realmente automatico oppure se stia diventando subordinato al livello di investimenti effettuati dagli alleati.

È proprio qui che emerge il significato più profondo del discorso di Singapore. Per gli alleati dell’Indo-Pacifico si apre così una fase nuova: la protezione americana non scompare, ma appare sempre più legata a un principio di reciprocità.

E mentre la competizione tra Stati Uniti e Cina entra in una delle sue fasi più delicate, il messaggio di Hegseth lascia intravedere il volto delle future alleanze americane: meno gratuite, più esigenti e profondamente influenzate dalla logica del burden sharing.

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