Nel cuore di ogni guerra c'è sempre un uomo che non combatte al fronte, ma senza il quale la battaglia sarebbe già perduta. La parabola di Andriy Yermak, per anni il più vicino dei collaboratori del presidente Zelensky, ruota attorno a questa immagine: non un generale né un ministro, ma un architetto silenzioso, capace di tenere insieme diplomazia, strategia e nervi del potere in uno dei momenti più drammatici della storia europea recente.
Nato a Kiev nel 1971, diplomato in diritto internazionale, Yermak ha attraversato settori e mondi apparentemente distanti: dagli studi legali alla produzione cinematografica, fino alla fondazione della Garnet International Media Group. L’incontro con Zelensky nel 2011 ha cambiato tutto. Da consulente fidato a mediatore ombra, è diventato nel 2020 capo dell’Ufficio presidenziale, ruolo che gli ha permesso di modellare, più che seguire, la linea politica del Paese.
È Politico che gli attribuisce il soprannome più emblematico: «Green Cardinal», il cardinale in verde militare, capace di esercitare un potere totale senza mai mostrarsi davvero. Noto anche come il «vicepresidente non ufficiale », Yermak era il custode del
perimetro presidenziale: controllava l’accesso a Zelensky, ne interpretava gli umori, ne filtrava le relazioni. Per alcuni, un garante leale in un tempo di minacce; per altri, un uomo super-paranoico, convinto di poter e dover influenzare ogni decisione. C’è chi ha parlato addirittura di una sorta di ipnosi esercitata sul presidente.
Durante l’invasione russa su larga scala, Yermak è diventato la mano che muoveva le leve essenziali della sopravvivenza ucraina. Ha coordinato missioni diplomatiche negli Stati Uniti, alla Nato e presso governi amici. Ha promosso sanzioni mirate contro Mosca, guidato progetti umanitari di risonanza internazionale, e rappresentato Kiev in momenti negoziali delicatissimi. Straniero ai riflettori, onnipresente nelle stanze determinanti. E infatti, nei mesi più difficili, è sempre accanto a Zelensky: nelle foto ufficiali, nei briefing, nei rifugi. Un sodalizio totalizzante, che ha spesso alimentato sospetti e critiche interne, soprattutto per il suo stile autoritario e il presunto monopolio nella gestione del potere. Tutto questo rende ancora più significativa la sua uscita di scena. Dopo aver guidato la delegazione ucraina agli incontri di Ginevra sul piano di pace proposto da Donald Trump, Yermak si è dimesso in seguito a indagini per corruzione
nel settore energetico, dichiarando la propria collaborazione con le autorità. Zelensky, nel congedarlo, ha parlato di «operazione di riavvio istituzionale » e di gratitudine patriottica. Ma la realtà politica è più complessa di un comunicato. La sua assenza cade nel mezzo di negoziati cruciali, quando ogni equilibro diplomatico è fragile e ogni passo falso può pesare. Figure come la sua, per quanto controverse, discusse e temute, richiedono anni per nascere e decenni per consolidarsi.
E ora che il «Green Cardinal» non siede più alla destra del presidente, l’Ucraina scopre quanto fosse parte integrante dell’impalcatura politica che la sorreggeva. Un’assenza che potrebbe trasformarsi in una linea di frattura.
O in una nuova rischiosa partita da giocare senza il suo uomo più influente in campo. A meno che, e sarebbe il vero colpo di scena, le sue non siano solo dimissioni di facciata, utili per restare al riparo dallo scandalo tangenti. Continuando, indisturbato, a muovere i fili dietro le quinte.