«Il presidente degli Stati Uniti è un uomo d'azione, aspettate e vedrete». Il contenuto di un'ondata di messaggi telefonici recapitata nelle ultime ore a diversi cittadini iraniani sembra confermare che l'attacco americano all'Iran potrebbe essere questione di ore, al massimo giorni. Il mittente dei messaggi inviati agli iraniani è anonimo, ma il testo è inequivocabile, inviato mentre la portaerei americana Ford, la più grande al mondo, avanza da Creta verso le coste israeliane. Nuovi aerei da rifornimento e da trasporto statunitensi sono atterrati ieri a Tel Aviv, portando rispettivamente a 85 e 170 quelli inviati in Medioriente. L'India ha invitato i suoi cittadini a lasciare l'Iran e decine di membri dello staff dell'ambasciata Usa a Beirut sono stati evacuati, segno che ci si prepara anche a uno scontro allargato.
Tutto è pronto per un'azione militare degli Stati Uniti contro l'Iran, nonostante oggi Teheran presenti tramite il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, la proposta di auto-limitazione del programma nucleare iraniano alle autorità dell'Oman, che mediano nella trattativa indiretta con Stati Uniti, nel tentativo di scongiurare un conflitto aperto con Washington. Giovedì dovrebbe svolgersi a Ginevra, in Svizzera, il terzo round di colloqui Usa-Iran, ma i segnali e le indiscrezioni indicano che lo scontro è a un passo, in assenza di svolte concrete. Anche se - così riferisce una fonte al sito Axios - il vicepresidente Usa JD Vance pare speri ancora nella diplomazia, preoccupato sui rischi di un possibile coinvolgimento prolungato degli Usa, rischi che avrebbe sottolineato anche il capo di Stato maggiore Dan Caine.
Ma l'ora della verità è vicina, mentre la rabbia degli iraniani cresce e la rivolta dei giovani nelle università entra oggi nel quarto giorno, con l'ex figlio dello Scià, Reza Pahlavi, che invita i militari a separarsi dal regime.
Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha posticipato alla prossima settimana la sua visita in Israele, mentre l'Iran ha messo «in guardia dal rischio di un'escalation» oltre i confini nazionali. Benjamin Netanyahu ha avvertito che, se Teheran puntasse sulla Terra Santa, commetterebbe «il più grave errore della sua storia» e si è appellato all'unità, un invito raccolto dal leader di opposizione Yair Lapid, che ha esortato il premier israeliano ad attaccare «con tutta la forza».
I dubbi riguardano ormai soprattutto la modalità dell'attacco statunitense più che le possibilità che l'azione scatti davvero. Per convincere gli ayatollah a cedere sul programma nucleare, Donald Trump potrebbe cominciare con azioni contro le infrastrutture strategiche. Se la minaccia non sortisse effetto, il presidente americano avvierebbe una campagna militare più ampia per rovesciare la dittatura. Secondo Maariv, che riferisce della riunione del Gabinetto di sicurezza israeliano di domenica, gli Stati Uniti starebbero puntando a un accordo per fasi, sul modello adottato per la Striscia di Gaza. Prima il dossier più urgente, il nucleare, poi le altre questioni: missili, proxy e repressione. Per arrivarci, Trump tiene la pistola sul tavolo, consapevole che - se il grilletto venisse premuto - si arriverebbe a una risposta di Teheran in grado di condurre a un conflitto regionale.
La Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, ora trema davvero. Per Le Figaro la sua leadership traballa da inizio gennaio, apice della proteste, quando l'ex presidente Hassan Rouhani avrebbe tentato un colpo di Stato per estrometterlo.