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Tanti affari e poca politica

Per capire le contraddizioni, le gaffe, le incertezze, le logiche poco chiare a cui è appesa la vicenda ucraina bisogna essere particolarmente attenti ai profili dei personaggi che hanno il mandato di costruire la pace: businessman e militari, quindi, affari e armamenti

 Tanti affari e poca politica
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Steve Witkoff, magnate immobiliare, Jared Kushner, genero di Trump e investitore in real estate e finanza, Dan Driscoll, ex-militare con un passato nel corpo dei ranger e avvocato. Questi sono gli uomini che stanno trattando in prima fila per Donald Trump il dossier ucraino. Marco Rubio, il segretario di Stato agisce solo in seconda battuta. Sul versante russo ultimamente l'interlocutore principale, quello a cui Witkoff dava consigli da suggerire a Putin per interloquire al meglio con Trump, è Kirill Dmitriev, un altro uomo d'affari, CEO del russian Direct Found. Anche qui l'uomo che dovrebbe gestire i negoziati non fosse altro per il ruolo che ricopre, il ministro degli Esteri Lavrov, è nel cono d'ombra al punto che si era pensato nelle scorse settimane che fosse caduto in disgrazia. Fino a ieri partecipava alla partita nella metà campo ucraina anche un altro personaggio che ha il pallino del business, quell'Andriy Yermak a cui piaceva poggiare il deretano su un gabinetto d'oro. Ieri Zelensky lo ha rimosso fin troppo tardi. Per capire le contraddizioni, le gaffe, le incertezze, le logiche poco chiare a cui è appesa la vicenda ucraina bisogna essere particolarmente attenti ai profili dei personaggi che hanno il mandato di costruire la pace: businessman e militari, quindi, affari e armamenti. A ben vedere quella che latita è la politica, la visione, la capacità di comprendere che nel destino dei popoli non esistono solo i dollari e i missili perché se fosse così Kiev sarebbe caduta da un pezzo.

È il grande limite del «pragmatismo esasperato» a cui Donald Trump si ispira. Con questi strumenti è facile capirsi con Putin, vedersi in Alaska o parlargli al telefono, ma è difficile strappargli uno straccio d'accordo che abbia l'apparenza di essere imparziale, che sia almeno lontano parente di una pace giusta.

Se queste sono le logiche che guidano la trattativa lo Zar ha buon gioco a condurti in un labirinto che non ti porta da nessuna parte o, meglio, al punto di partenza come nel gioco dell'oca: le sue parole dell'altro giorno lo testimoniano. Intanto la guerra continua, in Ucraina si muore e sulla testa di migliaia di cadaveri l'esercito russo conquista ogni giorno metri di territorio.

Scoraggia soprattutto il dilettantismo che a volte avvolge la trattativa: se uno legge attentamente la prima ipotesi d'accordo, quella non emendata dall'Europa, sembrava a grandi linee il «fac - simile» su cui si era costruita la tregua tra Israele e Hamas. Parliamo di due crisi diversissime tra loro, significa confondere i broccoli con le patate, con un approccio alla vicenda stravagante per non dire sbagliato: si tenta, infatti, di costringere

l'Ucraina alla pace qualunque essa sia, anche con la minaccia di lasciarla sola, più o meno come è stato fatto con Hamas. Solo che Hamas non è uno stato, una nazione ma un gruppo terroristico e c'è il particolare non secondario che nella crisi medio-orientale ha ricoperto il ruolo dell'aggressore con il famigerato 7 ottobre e non quello della vittima come Kiev. È un'idea che non sfiora i businessman prestati alla diplomazia: così Witkoff e Dmitriev hanno ventilato allo Zar un piano che non poteva non essere indigesto per l'Ucraina e l'Europa; poi per guadagnare tempo ed evitare una mala parata hanno ridotto i punti da 28 a 19 isolando le questioni principali e rinviandole all'incontro tra Trump e Putin che sta organizzando Orbán a Budapest.

Il problema arduo è convincere lo Zar che con la stretta di mano di Anchorage pensava di avere l'intesa in tasca che si è trattato di un malinteso. Risultato: per l'uomo del Cremlino le trattative sono diventate «un baccanale» e l'unica pace «giusta» è tornata ad essere quella «russa». Succede quando pensi che la politica sia solo affari.

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