Non è bastata l'onda islamica per far vincere campo largo a Venezia. Ma è stata certamente una tappa necessaria per capire fino a che punto l'opposizione sia disposta a spingersi per provare a dare un'altra spallata a Giorgia Meloni.
Il Pd aveva candidato ben 7 bengalesi, che potevano contare su una comunità di oltre 14mila persone, la metà degli appartenenti alla comunità islamica di Venezia e Mestre. E proprio loro hanno dato prova di una straordinaria caparbietà che si è manifestata nelle diverse mobilitazioni: volantini in nome di Allah, un tour elettorale in cui venivano mostrate nel dettaglio le operazioni che andavano effettuate alle urne. E ancora, video promozionali dei diversi volti, un inarrestabile tour porta a porta culminato con un «servizio autista» per la due giorni di voto.
Decine e decine di macchine messe a disposizione della comunità islamica locale per portare alle urne i propri elettori. Da casa al seggio e poi di nuovo a casa, per accertarsi che nessuno fuggisse da quello che loro ritenevano un dovere imprescindibile.
Ma questo è nulla se pensiamo al rischio brogli che, in più di un'occasione, è stato denunciato da chi sorvegliava la zona e ha chiamato le forze dell'ordine che sono riuscite a identificare un cittadino sprovvisto di cittadinanza e titolare di un'attività della zona che, in prossimità del seggio, andava in giro con il fac-simile della scheda spigando nel dettaglio il candidato da scegliere, che in questo caso corrispondeva a Clark Manwar, imprenditore della zona appartenente alla lista «Venezia è tua». Una propaganda che non si è fermata nemmeno durante il silenzio elettorale con Nemal Chowdhury, della lista «Tutta la città insieme» a sostegno del candidato sindaco del Pd Andrea Martella, si è fatto fotografare all'interno del seggio mentre segnalava la propria lista. Eppure, tutto ciò non è bastato, complice un probabile errore di valutazione nella scelta dei candidati. La sinistra, memore della vittoria al referendum da parte del fronte del No, tanto caldeggiato dagli islamisti, pensava che potessero riversare quella presunta potenza di fuoco anche nelle amministrative
Ma la quantità non necessariamente corrisponde a qualità, e spesso l'identità va oltre il colore politico di appartenenza. E questa scelta di campo della sinistra è stata forte: non si trattava più del solo invito a un convegno o di una manifestazione congiunta con la sigla pro Pal di turno. Votare i bengalesi avrebbe implicato, per un qualunque veneziano, essere rappresentati (anche) da loro. Proprio loro che però non si sono mai rivolti agli italiani, perché per chiunque abbia seguito la campagna elettorale è stato chiaro fin dall'inizio quale fosse il target dei candidati stranieri: il loro popolo. Le proposte avanzate facevano riferimento a cimiteri islamici, luoghi di culto, bisogni della comunità e nessuno di loro ha mai avuto la furbizia di tenere un discorso in italiano. Dai post sui social, passando per le locandine, fino ai comizi in frutteria o pizzeria la lingua era solo una, il bengalese.
Ed è questo il quadro che ci regalano le urne: preferenze molto basse per i candidati bengalesi.
E forse questo «esperimento» della sinistra potrebbe portare a una degna e universale conclusione: chiedere i voti in
nome di Allah e tentare di trasformare la città lagunare nella Mecca non è poi così redditizio. E forse questo sarà un monito universale per non ritrovarci come la Francia o l'Inghilterra, nelle mani dell'islam politico.