
Nonostante la nota con cui Palazzo Chigi dà conto della riunione mattutina sull’Ucraina sia volutamente improntata a un vago ottimismo («sono state approfondite le opportunità di dialogo verso una pace giusta che si sono dischiuse nelle ultime settimane»), Giorgia Meloni è ben consapevole che il massiccio attacco russo di ieri notte non fa che allontanare qualsiasi ipotesi di cessate il fuoco. All’incontro prendono parte la premier, i due vice Antonio Tajani e Matteo Salvini e il ministro della Difesa Guido Crosetto. Tutti, recita il comunicato della presidenza del Consiglio, concordano sul fatto che «la chiave di volta» di un percorso negoziale sia costituita da «robuste e credibili garanzie di sicurezza per l’Ucraina» da «elaborare insieme agli Stati Uniti e ai partner europei e occidentali». E in questo senso l’Italia «sta fornendo un contributo alla loro definizione» con «la proposta di un meccanismo difensivo di sicurezza collettiva ispirato all’articolo 5» del Trattato Nato.
Poi, però, ci sono i 598 droni e 31 missili che Mosca ha scagliato su Kiev nella notte tra mercoledì e giovedì, il secondo peggior attacco sull’Ucraina da quando, il 24 febbraio del 2022, Vladimir Putin ha deciso di invaderla.
E, scrive Meloni sui social a metà pomeriggio, gli «intensi» e «insensati attacchi» di queste ore «dimostrano chi sta dalla parte della pace e chi non ha intenzione di credere nel percorso negoziale». Che resta, evidentemente, in salita. «I nostri pensieri - aggiunge la premier - vanno al popolo ucraino, ai civili e ai familiari di vittime inermi, tra cui anche bambini».
Inevitabile, dunque, che la riunione di Palazzo Chigi sia dedicata soprattutto alla situazione contingente e all’eventualità di nuove sanzioni alla Russia, questione che sarà affrontata domani nella riunione informale dei ministri degli Esteri dell’Ue in programma a Copenaghen. D’altra parte, che i tempi per un negoziato non siano ancora maturi lo dice a favore di telecamere Tajani durante la conferenza stampa che segue il Consiglio dei ministri. La guerra in Ucraina, spiega il titolare della Farnesina, «non finirà domani» e «non credo che prima della fine dell’anno possano esserci soluzioni» per la pace. Ed per questa ragione che l’Italia si dirà favorevole a nuove sanzioni verso Mosca. «Bisogna infliggere alla Russia- dice Tajani - sanzioni di tipo finanziario, perché il tema è proprio quello, il finanziamento dell’esercito russo».
Nell’incontro di ieri mattina a Palazzo Chigi si è poi tornati sulla partecipazione italiana a un’eventuale forza multinazionale su territorio ucraino quando mai si dovesse arrivare a un cessate il fuoco. Uno scenario, quello dell’intervento boots on the ground, su cui insiste invece Emmanuel Macron. La posizione del governo, però, resta quella di sempre: l’Italia non manderà truppe sul campo. Mentre «sono al vaglio ipotesi di monitoraggio e formazione al di fuori dei confini ucraini», ma «solo una volta raggiunta la cessazione delle ostilità».
Insomma, sì a mettere a disposizione aerei radar e satelliti, ma no- almeno per il momento - all’ipotesi di impiegare militari italiani per un futuro sminamento dell’Ucraina. Per dirla con le parole di Tajani, d’altra parte, «siamo ancora in una fase teorica» perché «la guerra è in corso».