Facendo non uno ma mille scongiuri immaginate cosa sarebbe successo se l'altra notte i due droni lanciati contro la base italiana di Erbil avessero provocato vittime tra i soldati. Quindi, con la memoria rivedete le immagini del dibattito sulla politica estera di due giorni fa in Parlamento, caratterizzato da uno scontro verbale condito da ingiurie, in cui governo e opposizione non sono riuscite a trovare non dico una minima intesa ma neppure a promuovere un dialogo civile. Ebbene, i droni di Erbil sono un monito che riporta alla drammatica realtà della guerra una classe dirigente inconsapevole, perché se avessimo avuto dei caduti l'opinione pubblica ne avrebbe chiesto conto a tutte le forze politiche, non una esclusa. E probabilmente i partiti nel paese del «giorno dopo» sarebbero stati costretti a cosparsi il capo di cenere.
Anni fa, ormai tanti, quando ancora un governo nasceva su un comune sentire sulla politica estera, un'esigenza spingeva maggioranza e opposizione a trovare un'intesa di fronte ad un conflitto che direttamente o indirettamente coinvolgeva truppe italiane: il principio di dare un sostegno unanime a soldati che rischiavano la vita. Un concetto che non indulge ad una facile retorica, ma si basa sul rispetto che le istituzioni debbono nutrire nei confronti di chi è al fronte per difendere il concetto di Patria, che nel mondo d'oggi dovrebbe avrebbe avere un significato più lato e riferirsi all'Italia, all'Europa e alle democrazie dell'Occidente; o, ancora, il più delle volte, per garantire la pace e salvaguardare i più deboli nell'ambito di missioni sotto l'egida delle organizzazioni internazionali o di quel che ne resta. Ecco perché all'epoca simili emergenze innescavano una sorta di automatismo che spingeva le forze politiche ad unirsi, a mettere da parte calcoli e interessi di schieramento, per dare a quei soldati (e ai loro avversari) l'idea di un Paese unito.
Uno spirito che purtroppo oggi si è smarrito. Eppure in un'Italia estremamente polarizzata come quella di oggi ci sarebbe ancor più bisogno di un atteggiamento che salvaguardi l'interesse comune rispetto a quello di parte di fronte ad emergenze che potrebbero essere devastanti. E invece niente nel presente la polemica politica ha sempre il sopravvento. Per responsabilità di tutti.
Sono due giorni che Giorgia Meloni ed Elly Schlein si rimbalzano la responsabilità di un dialogo sulla guerra in Iran abortito ancor prima di nascere all'ombra di un referendum che ha preso le sembianze di un duello rusticano.
Speriamo che la telefonata di ieri tra le due riapra il discorso visto che il fallimento è stato provocato da errori di metodo e di sostanza. Probabilmente sarebbe stato meglio, ad esempio, tentare il confronto al primo stormir di bombe. La Premier avrebbe potuto invitare o, addirittura, convocare le opposizioni ad un tavolo a Palazzo Chigi lasciando a loro la responsabilità di ritrarsi in un momento così drammatico: il dialogo non si teorizza si avvia. E in quel momento il prendere le distanze da un intervento di cui non abbiamo responsabilità, che due nostri alleati - Usa e Israele - hanno promosso senza avvertirci, senza coinvolgerci come la Premier rimarca oggi, avrebbe creato le condizioni per un'interlocuzione positiva tra governo e opposizioni in una congiuntura drammatica.
Fin qui ieri. Ora siamo all'oggi di un conflitto che si allarga, di cui non si vede la fine, denso di incognite militari end economiche. E l'opposizione non può nascondersi dietro le mancanze di ieri per rifiutare l'impegno comune di oggi. Il «monito di Erbil» chiama tutti alle proprie responsabilità. Magari qualcuno lo avrà dimenticato ma nello scacchiere medio-orientale ci sono sei installazioni o basi in cui sono presenti soldati italiani per un totale di circa duemila uomini. Senza contare che l'Italia è tra i Paesi europei che si affacciano su quell'area e, ancora, che dal punto di vista energetico l'Europa è più esposta alle conseguenze del conflitto mentre gli Usa ci guadagnano. Per cui più passano i giorni e più l'Italia e l'Europa dovranno dire qualcosa ad un Trump (foto) che appare privo di un piano e che gioca con il fuoco.
Proprio l'idea di mettere in piedi un'iniziativa con i principali paesi dell'Unione per dare voce all'Europa in un conflitto che, come quello ucraino, la riguarda da vicino è un punto di partenza per un dialogo che veda insieme le forze più responsabili che siedono in Parlamento. Anche perché i referendum passano ma le guerre che stanno disegnando il nuovo ordine mondiale (Ucraina docet) purtroppo no.