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Nella base di Erbil: il fortino distrutto, pezzi di droni a terra e allarmi ogni giorno

Il campo italiano in Iraq colpito l’11 marzo: è obiettivo prioritario dei missili iraniani

Nella base di Erbil: il fortino distrutto, pezzi di droni a terra e allarmi ogni giorno

CAMP SINGARA (Erbil) - “Inizio movimento” comunica alla radio il militare italiano, barba incolta e occhi stanchi dopo tre settimane di guerra, ma equipaggiamento da combattimento e pronto a tutto, a bordo di una macchina blindata. Dal comando rispondono con un secco “ricevuto”. Per entrare nell’area dell’aeroporto di internazionale di Erbil, dove si trovano la base americana e italiana, bisogna venire scortati dai nostri soldati. Alle guardiole d’entrata il personale di sicurezza curdo si ripara il più possibile. Dall’inizio della guerra, l’aeroporto è un obiettivo prioritario di missili e droni iraniani, che arrivano quasi ogni giorno.
La desolazione è totale e sull’asfalto si notano i detriti delle battaglie aeree con le potenti difese Usa. Il grosso blindato Cougar, anti mine, è fermo nel mezzo del nulla. Un soldato Usa della squadra artificieri, fucile mitragliatore a tracolla, raccoglie un pezzo dell’ultimo drone intercettato e probabilmente lanciato dalle milizie sciite irachene, i giannizzeri locali di Teheran. Il cancellone grigio d’ingresso a Camp Singara, la base italiana ad Erbil, si apre lentamente, in seguito ad un veloce controllo di un militare di guardia armato fino ai denti.
Per la prima volta dall’inizio del conflitto e dopo l’attacco che ha centrato in pieno la base, un giornalista e un fotografo, Francesco Circosta, possono entrare per toccare con mano la situazione. Sulla piazza d’armi dedicata all’imperatore romano Lucio Settimio Severo Augusto sventola il Tricolore. All’esterno non c’è anima viva e il comandante, colonnello Stefano Pizzotti, con giubbotto antiproiettile, pistola carica nella fondina ed elmetto ci porta subito lungo i cunicoli interni protetti da alte lastre di cemento armato. “Nella notte fra l’11 ed il 12 marzo eravamo già in stato di preallarme quando, non è ancora chiaro se un missile o un drone ad alto potenziale, ha eluso i sistemi di sicurezza della coalizione impattando all’interno del campo” spiega il comandante. Non possiamo filmare i danni, ma l’ordigno iraniano ha completamente distrutto la pizzeria del cosiddetto “fortino”. Le lamiere contorte e la struttura carbonizzata dimostrano la forza esplosiva. Distrutto anche un veicolo logistico parcheggiato nelle vicinanze. Secondo una fonte della sicurezza della regione autonoma curda si è trattato “di una specie di imboscata dal cielo”. Quattro droni kamikaze lanciati dall’Iran e altri quattro da Sud, dalle milizie sciite, per confondere le difese americane dotate di C-Ram anti drone e missili Patriot. L’obiettivo era far penetrare almeno un ordigno per colpire la base, non è certo se proprio quella italiana a fianco degli americani. Il bunker più vicino ha retto perfettamente, ma i militari, che non si sono mai trovati sotto il fuoco, quando hanno sentito le esplosioni collaterali pensavano che un commando fosse entrato nella base. Il comandante conferma che “ci sono numerosi allarmi ogni giorno. Vengono diramati tramite un sistema di sirene seguito da indicazioni agli altoparlanti: “Bunker, bunker, bunker””.

I soldati rimasti a presidiare Camp Singara si dirigono verso i rifugi numerati e disseminati nella base. Ogni ingresso è mascherato da una rete mimetica e ci si infila velocemente in una specie di galleria di cemento armato con delle pareti molto spesse, dove la normali panche sono state sostituite da brande da campo e coperte. Niente nomi per motivi di sicurezza, ma un militare che ci accompagna in un rifugio illustra come “nel bunker possiamo benissimo dormire, mangiare e c’è anche lo zaino dei soccorritori per qualsiasi evenienza”. Uno zainone mimetico con un croce rossa. L’ufficiale medico, una giovane donna con la treccia nera che spunta da sotto l’elmetto, rassicura che non ci sono feriti o vittime: “Stiamo tutti bene e continuiamo a svolgere la nostra missione in sicurezza”.
Nel centro comando, super protetto, un giovane capitano pieno di caricatori, spiega che “nella sala operativa gestiamo tutte le emergenze. E in caso di attacco, attraverso gli altoparlanti, lanciamo alcune parole chiave al personale che automaticamente sa cosa fare” per proteggersi e garantire la sicurezza della base. Un massiccio sottufficiale sottolinea che “dormiamo qui dentro e anche mangiamo. Queste sono le razioni da combattimento”.
All’esterno è d’obbligo l’elmetto e bisogna rimanere il meno possibile. Il monumento ai caduti, sovrastato da un’aquila romana, è ad un passo dalla distruzione provocata dal probabile drone kamikaze. La missione italiana, iniziata nel 2014 ai tempi della minaccia del Califfato, si chiama Prima Parthica, la legione romana che è arrivata da queste parti secoli prima. Il compito degli italiani, adesso sospeso, è addestrare i Peshmerga i combattenti curdi della regione autonoma nel Nord dell’Iraq, 50mila fino ad oggi.

Nonostante i bombardamenti e l’ “alleggerimento” con l’evacuazione di personale non indispensabile, i soldati italiani rimangono a Camp Singara, in massima allerta, ottenendo il plauso delle autorità locali, che temono di venire abbandonate e non vogliono questa guerra.
Il colonnello Pizzotti, in tenuta da combattimento, non ha peli sulla lingua: “E’ una situazione di crisi ed emergenza, ma siamo soldati addestrati anche per questo”.

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