Lo ammetto. Sono sconcertato. E lo affermo con sincero rammarico, perché a una certa età si dovrebbe essere vaccinati contro l'indecenza. E invece no. Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni supera perfino le più pessimistiche aspettative. Attenzione. Non mi riferisco soltanto a quanto accaduto a Torino, dove agenti delle forze dell'ordine sono stati presi a martellate da gruppi organizzati di violenti, ma a ciò che è seguito dopo. Qualcosa di ancora più grave. Ancora più rivelatore. I cori non si sono levati in difesa dei poliziotti aggrediti, bensì a favore di chi li ha picchiati. E contro lo Stato. Contro il governo. Accusato, manco a dirlo, di fascismo. È una scena che definire oscena è poco. Davanti a un attacco diretto allo Stato e alla democrazia, davanti a uomini in divisa feriti mentre svolgono il loro dovere, oltre cento, la sinistra trova il modo di indignarsi non contro la violenza, ma contro chi prova a contenerla. Se questa non è follia ideologica, cos'altro dovrebbe esserlo?
Tuttavia, il vero capolavoro dell'ipocrisia lo abbiamo visto alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi. Una rappresentazione plastica di ciò che oggi è diventata una certa area politica e culturale: un'accozzaglia di contraddizioni tenute insieme solamente dal collante dell'odio verso l'Occidente. La squadra israeliana viene fischiata. Fischiata. Come se rappresentasse uno Stato colpevole di un genocidio che non esiste, dopo aver subito un sanguinario attentato terroristico, quello del 7 ottobre. Fischi anche al vicepresidente degli Stati Uniti, cioè a una democrazia. Si sa, nessuna democrazia è immacolata, perfetta, giusta, ma, di certo, nessuno può negare che gli Stati Uniti lo siano, una democrazia. Ed è sempre meglio una democrazia non perfetta ma libera di un regime terroristico che fonda il suo potere sulla negazione di ogni libertà umana e civile. Intanto, mentre tutto questo avveniva, silenzio assoluto sulla squadra iraniana. Nessun fischio. Nessuna protesta. Nessuna indignazione. Eppure parliamo di un regime, quello iraniano, che sta trucidando il proprio popolo, impiccando dissidenti, reprimendo con il sangue chi chiede libertà elementari. Un genocidio vero, quotidiano, documentato. Ma su questo cala un silenzio assordante. Vergognoso. Fuori dallo stadio, nel mentre, le solite scene sia il giorno dell'apertura dei Giochi sia quello successivo. Centri sociali, antagonisti, movimenti studenteschi che protestano contro il genocidio a Gaza. Con molotov, petardi, razzi, ordigni. Una guerra urbana divenuta permanente. Slogan a cui siamo ormai assuefatti, Palestina libera (e dovrebbe esserlo da Hamas, ma su questo pure si tace), e nemmeno una sillaba contro l'Iran. Nessuna condanna. Soltanto invettive contro Israele. Contro l'Occidente. Contro lo Stato. Questi manifestanti blaterano di un genocidio che non c'è. Di una carestia che non c'è. Di una guerra che non è quella che raccontano. Ma tacciono sul massacro iraniano. Tacciono sulle donne impiccate. Tacciono sui dissidenti eliminati. Tacciono perché non conviene. Perché l'Iran è nemico dell'Occidente, e tanto basta per assolverlo. Tanto basta per renderlo amico loro.
Penso sia giunto il tempo di guardare in faccia la realtà. La guerriglia quotidiana che ha luogo sul nostro territorio ha un nome preciso. Si chiama terrorismo rosso. Cavi ferroviari tranciati. Ordigni piazzati. Attacchi sistematici alle forze dell'ordine. Uso delle armi. Ma guai a chiamarlo con il suo nome. La sinistra non vuole. Preferisce parlare di protesta, di disagio, di resistenza. Di antifascismo. Di ecologismo. Di pacifismo. Ecco il punto: questi non sono manifestanti. Sono violenti organizzati. E chi li giustifica, chi minimizza, chi li copre moralmente, è complice del terrore islamico e comunista in Italia. La sinistra, che perde sempre, stavolta ha vinto. Sì. Ha vinto. Ma non una vittoria di civiltà. Ha vinto la medaglia d'oro dell'ipocrisia.
E il prezzo, come sempre, lo pagheranno lo Stato, la democrazia e i cittadini perbene. Oltre ai nostri agenti di polizia, che non hanno nessuna colpa se non quella di vigilare sul rispetto di una legalità diventata - ahinoi - intollerabile.