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Le profezie della Fallaci

Non ci incanta più il Vangelo, che peraltro racconta fatti; ci incanta invece il Corano, nel cui nome ci lasciamo strappare le radici

Le profezie della Fallaci

Davanti a fatti di peso mondiale che accadono contemporaneamente, ma il cui senso è opposto, si evita accuratamente di metterli in relazione. Oppure ci si nasconde dietro una parolina furba: paradosso. Mi riferisco ai recenti accadimenti che riguardano l'islam in politica. Nelle più grandi città dell'Occidente vengono eletti democraticamente sindaci musulmani. Intanto, nella capitale della più potente nazione islamica, Teheran, accade l'esatto contrario: il popolo minuto, ma tutt'altro che straccione, morde il tallone degli ayatollah che lo schiacciano da quarantasei anni. La cosa incredibile è che gran parte dei media occidentali riesca a esaltare entrambi i fenomeni, come se fossero compatibili.

Una spiegazione c'è, ed è poco nobile: la stupidità dell'Occidente, a cui non sono servite né le lezioni della storia né le profezie di Oriana Fallaci. L'egemonia culturale oggi non è di destra o di sinistra: è quella della balordaggine, figlia della perdita di memoria. Non ci incanta più il Vangelo, che peraltro racconta fatti; ci incanta invece il Corano, nel cui nome ci lasciamo strappare le radici. La narrazione dominante si è fatta sedurre dalle versioni incravattate dell'islam politico. Ogni volta si ripete che questa volta è diverso, moderato, intelligente, moderno. Poi, con un certo ritardo e qualche maceria in più, si scopre che era una favola utile a chi pensava di dormire tranquillo dopo aver affidato il pollaio ai lupi, credendo fossero tutti come quello di Gubbio, ammansito da san Francesco. Da noi il problema è che i fratacchioni sono spesso islamo-comunisti. Non succede solo a New York, ma anche in Italia e in Francia, dove il tifo pro Pal e le indulgenze verso Hamas si intrecciano con l'adorazione per i «sindaci coranici».

Il problema non è la fede, che appartiene alla coscienza e alla libertà individuale. Ognuno preghi come crede, o non preghi affatto. Il problema nasce quando

una religione diventa progetto politico, giuridico, normativo, quando pretende di regolare la vita di tutti. Se la sharia riguardasse solo l'anima di chi la invoca, ciascuno si schiavizzi come preferisce. Ma l'islam politico non si accontenta mai della propria coscienza: tende a islamizzare anche quelle degli altri. E questo è il punto che l'Occidente finge ostinatamente di non vedere.

Londra ha da anni un sindaco musulmano praticante, Sadiq Khan, eletto e rieletto nel nome della diversità. New York si prepara ad avere Zohran Mamdani. Non è una questione di tappetini da preghiera, ma di segnali politici: collaboratori scelti e poi scartati per antisemitismo, giuramenti sul Corano che non sono gesti devozionali ma messaggi pubblici. Un giuramento non è mai neutro: indica quale legge si riconosce come superiore. E il Corano non è un libro di poesie simboliche, ma un testo che contiene prescrizioni civili, penali, sociali. Far finta che non sia così non è tolleranza: è autoinganno.

La sinistra europea e italiana beve queste notizie come un tonico morale. Sindaco musulmano a Londra? Progresso. A New York? Avanzamento della storia. È lo stesso entusiasmo ingenuo con cui la sinistra francese dei «non sottomessi» si è sdraiata dinanzi al verbo filo-islamico e spesso antisemita, convinta di poterlo usare come strumento politico. Mélenchon pensa di guidare la corrente, ma è già stato trascinato a valle. L'islam politico non è ancillare: chiede obbedienza.

Non vale solo a sinistra. Donald Trump, che non è un teorico ma possiede una brutale capacità di sintesi, protesta. Poi però in Siria, d'accordo con Erdogan, legittima un presidente proveniente da al Qaeda, ripulito da due anni di cosmetica diplomatica. Ci dicono che è cambiato. Lo dicevano anche di altri. Queste conversioni funzionano nei comunicati stampa, meno nella realtà.

Il quadro cambia, e diventa serio, guardando all'Iran. Qui non c'è folklore. C'è un popolo stremato

che scende in strada: commercianti, studenti, famiglie soffocate dall'inflazione, da un'economia al collasso, da un potere che reprime, impicca, tortura e mente. Si gridano parole semplici e pericolose: «Libertà», «Morte al dittatore». Ed è una notizia enorme, perché quei mercati storici che oggi protestano furono un pilastro della rivoluzione islamica. Oggi si ribellano al regime che contribuirono a creare. Questo è un segno. Non da manipolare, ma da rispettare.

Il paradosso occidentale si mostra nella sua miseria smemorata: ieri ha sostenuto Khomeini in nome dell'anti-imperialismo; oggi finge stupore davanti alla ferocia degli ayatollah. Una teocrazia fu scambiata per una liberazione. Sempre convinti di poter usare l'islam politico contro il nemico di turno. È sempre finita allo stesso modo. E intanto, mentre predichiamo prudenza altrove, si è acceso un nuovo incendio in America Latina: il Venezuela, dove l'intervento riuscito degli Usa per sloggiare da un potere dispotico un comunista narcotrafficante, temo spinga la Cina a reazioni sanguinarie in altre latitudini.

Che fare ora per l'Iran? La tentazione è intervenire, bombardare, «aiutare» con le armi un qualche islamico malleabile. Abbiamo già visto dove porta. In Iraq ha prodotto solo caos e fanatismo. Ripetere lo schema sarebbe un crimine travestito da altruismo. Questa volta bisognerebbe fare qualcosa di più difficile: non intervenire militarmente. Lasciare spazio a chi lotta dall'interno, senza trasformarlo in pedina geopolitica.

Nessun eroismo con i morti degli altri. Se una speranza esiste, oggi, viene da popoli stanchi ma ribelli. Forse l'Occidente potrebbe fare un gesto davvero rivoluzionario: smettere di credersi protagonista della storia e limitarsi a non peggiorarla.

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