C'è un dettaglio che sfugge a chi vive la politica come tifo: quando un leader americano come Donald Trump attacca il Papa, non sta solo facendo rumore. Sta producendo un effetto. E in Italia - alla vigilia del vertice fra Marco Rubio e Giorgia Meloni - l'effetto è un assist alla premier.
Perché l'offensiva Maga contro Prevost non colpisce solo Roma sul piano religioso. Sposta l'asse della discussione e costringe chi governa a scegliere se accodarsi o distinguersi. E distinguersi, oggi, è potere. Come lo sono stati in Europa i «no» su immigrazione, Green deal e Mes. Se l'attacco arriva dal cuore della destra americana, poi, la destra italiana deve decidere: seguire la guerra culturale d'oltreoceano o marcare una distanza istituzionale. Meloni, che da due anni cammina su un filo tra atlantismo, sovranismo e realismo di governo, ha avuto da Trump l'occasione perfetta (per quanto casuale) per ribadire che l'Italia non è una succursale di nessuno, neppure degli amici, neppure degli alleati storici della democrazia europea. L'Italia vuole parlare con Bruxelles e con Washington da partner, non da fan club.
E poi c'è la politica interna: se sembri subordinato, prima o poi paghi. E infatti dopo i primi entusiasmi e l'illusione che Meloni fosse una vittima di Trump, a sinistra è calato il silenzio. Perché se c'è una cosa a cui non credo è la difesa (quella sì d'ufficio) che i neo papisti di sinistra hanno riservato a Prevost.
Proprio gli stessi che in piazza scendono con quell'islamismo radicale che in Medio Oriente fa strage di cristiani. E su questo Trump ha ragione. L'Iran non è petrolio e basta, ma la cupola del terrorismo internazionale.