Ci vediamo il 2 maggio. Perché la festa del lavoro come il 25 aprile non esiste più. Non si parla di futuro, ma di passato riesumando e storpiando una contrapposizione che ormai porta in piazza sempre lo stesso disco. La Palestina, Israele, la Russia e l'anarchia, lo scontro ideologico senza più ideologie incapace di capire un mondo che tutti noi vorremmo migliore, ma su cui l'Europa da troppi anni non tocca palla, non incide e non decide. Ingessata dentro le sue regole di burocrazia, pensate in un'era ormai lontana per un futuro che non esiste più. In questo scenario bisogna tirare a campare. E così mentre noi ci scontriamo su Nicole Minetti, senza più badare nemmeno ai fatti, ma sfoggiando una specie di reputazione morale del giornalismo trasformato in agguato e che si schianta sulla realtà, la festa dei lavoratori resta la vita quotidiana. Il governo ha varato un decreto che non risolve tutti i problemi, ma è un segno di presenza e di rigore, anche impopolare, sui conti che vale più di tanti cartelli. Basti guardare l'Istat, esperta in statistica tranne quando deve calcolare la percentuale di iscritti alla Cgil che la compongono, permettetemi il dubbio di pensare che lavorino contro l'Italia con i suoi zero virgola, non mi vengano a dire «per ragioni tecniche». Basta guardare il resto d'Europa.
Ma sono così ossessionati da essere capaci di dare del pazzo a Donald Trump e di non domandarsi che fine abbiano fatto i leader del Vecchio continente, dove stia la nostra storia e quanto pesi davvero sul nuovo scacchiere globale.