Sindacati prigionieri del vecchio folclore

Lo sciopero dei dinosauri Cgil rovinerà lo shopping di Natale

Sindacati prigionieri del vecchio folclore

Lo sciopero generale è molto importante, in particolare quando le cose vanno male, perché le peggiora. Infatti i sindacati, molto lungimiranti, lo hanno spostato dal 5 al 12 dicembre allo scopo di danneggiare maggiormente i commercianti, che aspettano con ansia il periodo prenatalizio per aumentare gli incassi, notoriamente esigui nel resto dell'anno. Quel giorno, il 12 dicembre, infatti, sarà la vigilia di Santa Lucia, una data considerata il preludio dei grandi acquisti (per i consueti regali) agevolati dall'imminente riscossione delle tredicesime.

In caso di totale fermata, le città saranno invase da gente in corteo e bloccate da comizi, probabilmente dai soliti disordini, scontri tra manifestanti e forze dell'ordine. Cosicché i negozianti abbasseranno prudenzialmente le saracinesche e i cittadini eviteranno con cura di imbattersi negli scioperanti. Non si sa mai, la piazza ribollente è buona a nulla ma capace di tutto, specialmente quando il clima sociale non è temperato. Le vendite, gli affari andranno da schifo e la categoria dei bottegai (per usare un termine dispregiativo in voga negli ambienti della sinistra spinta), già asfittica, compirà un altro passo verso il precipizio.

Da sottolineare che la scelta del venerdì per incrociare le braccia contro il governo, gli industriali e chiunque gestisca un'attività in proprio ha una logica perversa. Il lettore si sarà accorto che quasi tutte le proteste di massa si svolgono appunto al venerdì. Motivo? Nobilissimo. L'indomani è sabato, poi viene la domenica, pertanto il cosiddetto week end diventa per i contestatori lunghissimo. Cgil e Uil sono abilissimi nell'arte di progettare superponti, potrebbero entrare ad honorem nel genio pontieri e magari rimanervi, rendendosi finalmente utili almeno all'Esercito italiano, visto che i lavoratori negli ultimi decenni non hanno tratto alcun vantaggio stando agli ordini dei tribuni del popolazzo.

Il Paese è in affanno, la disoccupazione supera i livelli di guardia (come il Po e vari fiumi della Liguria) e il sindacato anziché assecondare gli imprenditori, i soli in grado di creare posti di lavoro, li combatte convinto che costoro siano i nemici da sconfiggere. È un vizio mentale della sinistra, in particolare di quella estrema, ritenere che in ogni industriale si celi uno sfruttatore (o un evasore, come minimo) meritevole di essere castigato, preferibilmente ridotto in miseria.

Molti ricorderanno la frase di un ex leader della Fgci, poi assurto alla massima carica di Botteghe Oscure: «Vogliamo vedere Berlusconi chiedere la carità sui gradini delle chiese». L'invidia sociale non si placa mai. Susanna Camusso nell'ultimo comizio ha detto: «I soldi bisogna prenderli dove ci sono». E dove se non nelle tasche dei «padroni»? Ciò conferma un sospetto e lo rafforza: il comunismo è una malattia dalla quale si può temporaneamente guarire, ma non immunizzarsi. In effetti Matteo Renzi, che comunista non è stato, è detestato di più nel suo partito (dai vecchi compagni del Pci) che non in Forza Italia e nella Lega. Per non parlare della Cgil, che vede in lui un'emanazione dei poteri forti, al punto da colpirlo con lo sciopero generale nella speranza di abbatterlo.

Non si rendono conto, i sindacati, che certe iniziative ritualistiche, cioè vanamente ripetitive, sono la dimostrazione della loro incapacità di interpretare la realtà, di rinnovarsi e di aiutare davvero i lavoratori ad avere un futuro meno gramo del presente. Il mondo intero è cambiato parecchio, ha subìto un'epocale rivoluzione tecnologica e una globalizzazione caotica che ha stordito tutti, mentre i rappresentanti delle classi deboli sono più deboli di coloro che dovrebbero tutelare, e si sono impantanati nel passato remoto. Sono ignari del gap culturale che li separa dai problemi attuali dell'umanità, condannandoli alla marginalità e avvicinandoli al folclore, dopo di che li attende la bara.

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