"In 300mila rischiano il posto. Togliete subito Tari e Imu"

Il presidente di Fipe (pubblici esercizi): dal governo risposte parziali, ora finanziamenti garantiti fino a 100mila euro

"In 300mila rischiano il posto. Togliete subito Tari e Imu"

«Si muore di Covid-19, ma si muore anche del virus della disperazione, quella che colpisce gli imprenditori costretti a casa in attesa di capire come e quando poter immaginare una ripartenza». Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe, associazione nazionale di Confcommercio che rappresenta il settore dei pubblici esercizi (bar, ristoranti, pizzerie, catene di ristorazione), racconta al Giornale i giorni difficili delle serrande abbassate e delle centinaia di richieste di aiuto che arrivano dagli associati alla federazione.

È una lotta contro il tempo?

«Il lockdown ha prodotto perdite per 30 miliardi, su un fatturato 2019 di 86 miliardi, e sono in forse 300mila posti di lavoro. Il rischio è di veder chiudere 50.000 imprese che sono strategiche per il Paese perché rappresentano il made in Italy e sono il motore del turismo, oltre che della filiera agroalimentare».

È una crisi generata dal Covid o arriva da lontano?

«Questa situazione è esplosa con l'emergenza, ma il settore viveva una grande contraddizione. Da un lato uno sviluppo esponenziale, dall'altro diverse difficoltà: l'elevata concorrenza, i margini bassi che non permettono investimenti, e una serie di oneri fiscali».

Cosa ne pensa della proposta di eliminare la tassa di occupazione del suolo pubblico?

«Apprezziamo lo sforzo di alcuni enti locali in questa direzione, ma è come dare un'aspirina a un malato pieno di metastasi. Non basta».

Cosa serve?

«Via la tassa che riguarda l'occupazione del suolo pubblico, e quella sui rifiuti, ma anche l'Imu. Anche perché la beffa sarebbe pagarle ancora nella condizione in cui siamo: non produciamo rifiuti e non occupiamo il suolo. Ma poi servono risorse vere a fondo perduto per le imprese parametrate alla perdita di fatturato; una moratoria sugli affitti, prevedendo una compensazione per il periodo di chiusura e per il periodo di ripartenza; la sospensione del pagamento delle utenze; il prolungamento degli ammortizzatori sociali fino alla fine della pandemia e sgravi contributivi per chi manterrà i livelli occupazionali e reintroduzione dei voucher per il pagamento del lavoro accessorio».

Il Decreto Liquidità, dunque, non basta?

«Gli interventi del Governo sono solo una risposta parziale. La liquidità non è ancora arrivata, la garanzia al 100% dello Stato per importi massimi di 25.000 euro è una cifra lontanissima dalle effettive esigenze delle imprese per far fronte agli innumerevoli costi da sostenere, la burocrazia rimane soffocante appesantendo addirittura le stesse procedure degli ammortizzatori sociali obbligando, di fatto, le imprese ad anticipare i pagamenti. Il decreto, poi, è inefficace perché ha tempi lunghi a causa delle definizione che la banca deve fare del merito di credito dell'azienda. È un lavoro lungo e che spesso blocca il finanziamento. Chiediamo al governo che la garanzia statale fino a 25mila euro sia estesa a 50-100mila euro. Faremo altri debiti, ma ripartiremo».

L'idea quindi è di riaprire a tutti i costi?

«Siamo disposti a fare sacrifici, gli imprenditori chiedono solo di avere un quadro chiaro e completo per poter ricominciare. Abbiamo bisogno di protocolli definiti e sostenibili. E di essere ascoltati su questi aspetti».

Ritiene sensata una ripartenza scaglionata?

«Ci sono Regioni che non hanno più casi, situazioni diverse. Vale la pena ripartire dove già si può, ma farlo in fretta. Ogni giorno che passa può segnare la morte definitiva di un'impresa, che sia un negozio o un ristorante».

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