Confindustria (in foto il presidente Emanuele Orsini) lancia un allarme che il governo è chiamato ad ascoltare, soprattutto sul fronte energetico, ma senza cedere a letture catastrofiste. In audizione sul Dfp, il direttore del Centro studi Alessandro Fontana ha delineato uno scenario che impone prudenza e capacità di intervento: "Se la guerra finisse oggi l'impatto della guerra varrebbe 0,1-0,3 punti percentuali di mancata crescita", mentre un conflitto prolungato "potrebbe portarci nella più grave crisi energetica della storia", con effetti sistemici sull'economia. L'industria italiana individua nell'energia la vera vulnerabilità strategica del Paese e sollecita misure immediate, a partire da aiuti alle imprese colpite dall'aumento dei costi di gas ed elettricità, proroga del taglio delle accise e accelerazione sulle autorizzazioni per le rinnovabili. Proposte che si inseriscono nel solco di una linea già perseguita dall'esecutivo Meloni, impegnato a difendere competitività produttiva e sicurezza energetica in un quadro internazionale estremamente instabile. Fontana ha inoltre richiamato l'Europa alle proprie responsabilità, osservando che "l'assetto delle istituzioni europee è inadeguato a fronteggiare le attuali sfide", dall'energia alla politica industriale, pur ribadendo che "andare da soli" produrrebbe un declino ancor peggiore. Da qui la necessità di maggiore coesione tra Stati senza rinunciare alla tutela degli interessi nazionali.
Il messaggio di Confindustria è chiaro: servono interventi rapidi e strutturali per prevenire nuove emergenze, ma l'Italia dispone di strumenti più solidi rispetto al passato per affrontare la tempesta. La sfida sarà trasformare l'incertezza in un'occasione per rafforzare il sistema produttivo.